Ferrara. Il talento. La capacità “innata” di fare qualcosa e di farlo meglio degli altri. Per un artista è la possibilità di esprimere la propria personalità parlando al cuore di tante persone. Non importa se sei ai margini della società, povero, senza famiglia, senza studi, senza patria, senza “senno”: il tratto unico della pittura, la forza delle sculture, la compiutezza dei disegni risultano evocativi ed esprimono sentimenti universali.

Questo di vede nella mostra dedicata ad Antonio Ligabue, “Una vita d’artista”, curata da Vittorio Sgarbi e Marzio Dall’Acqua, prorogata fino al 27 giugno al Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Sono oltre 100 le opere (alcune mai esposte prima) che descrivono questo artista naïf, nato a Zurigo nel 1899 e morto a Gualtieri in provincia di Reggio Emilia nel 1965.

Una vita travagliata fin dagli esordi vissuti nella Svizzera tedesca, con mamma e patrigno (o padre?) italiani, segnata oltre che dalla povertà, dall’adozione, poi dalla permanenza in un collegio per ragazzi con problemi comportamentali da cui viene espulso e dal primo ricovero in una clinica psichiatrica. L’esistenza poi continua errabonda, con lavori saltuari, l’espulsione dalla Svizzera dovuta ad una denuncia della madre adottiva e il trasferimento a Gualtieri (RE) paese d’origine del padre/patrigno. Qui vive come un selvaggio nella zona del Po e fa mestieri precari. L’estraneità è amplificata oltre che dall’originalità dell’aspetto, segnato da problemi fisici, anche dal comportamento e dalla difficoltà di comprensione linguistica (parlava tedesco), dalla solitudine e dalla nostalgia. Comincia però a scolpire con l’argilla e a dipingere. Nel 1928 lo scultore Marino Mazzacurati si accorge del suo talento e lo incoraggia. “Toni al mat” – il matto, così veniva chiamato, trova chi ogni tanto lo ospita in casa e continua a esprimersi attraverso pittura e scultura. Nel 1937 viene internato all’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia a causa del carattere irascibile, violento e autolesionista. Dopo questa esperienza anche la sua arte cambia: dal primitivismo naif della prima fase, dove le sue opere sono pregne di richiami infantili e nostalgici passa, dal 1939, a un’esplosione espressionista che si avvale di colori caldi e violenti, adatti a rappresentare il dramma della sua esistenza. Durante il periodo bellico entra ed esce dall’ospedale mentre le sue opere interessano i critici. Nel 1948 va nel ricovero di mendicità Carri di Gualtieri. La fama però si diffonde. Vince premi, vende quadri, trova amici e compra prima la motocicletta con cui ha un incidente, poi l’auto con autista. La consacrazione è del 1961 con la mostra a Roma. Poi altre mostre e problemi di salute, fino alla paresi e al ricovero definitivo al Carri di Gualtieri dove si spegne.

Nella prima sala della mostra di Ferrara si fa la conoscenza di Ligabue attraverso i suoi autoritratti. Quasi tutti quelli esposti sono stati dipinti negli anni non più giovanili e mostrano un uomo maturo, serio e guardingo, attento, ripreso per lo più di tre quarti e con alle spalle degli sfondi quasi sempre agresti e quasi sempre con la presenza di qualche piccolo animale, una farfalla, una mosca, un uccello a fargli compagnia.

Nelle sale successive si assiste al trionfo degli animali, dapprima quelli domestici, buoi che tirano l’aratro, galli e galline, cavalli, asini, cani, poi quelli selvatici, tra tutti spicca la tigre ritratta anche in primo piano con le fauci spalancate, inseriti in scene sempre più movimentate, complesse, vivide e violente come la lotta e la caccia. Anche nelle sculture, proporzionate e calibrate (fatte in argilla poi trasformate in bronzo perché non andassero perse) e nei disegni ben definiti, vengono ritratti soprattutto animali feroci.

Non mancano però anche rappresentazioni pittoriche più tranquille: la piazza di Suzzara, nature morte, ritratti prevalentemente femminili o scene di vita contadina della natia Svizzera o di interni con gli immancabili animali.

Dice Sgarbi: “Osservando le sue opere vi troverete gran parte del vostro animo e delle ferite. Ma quelle ferite diventano festa, urlo al cielo, certezza che nell’uomo c’è un’anima che vive. E l’anima di Ligabue è molto più viva di quella di molti, cosiddetti, ‘artisti’”.

(Caterina Grazioli)