Alla riscossa stupidi
che i fiumi sono in piena
potete stare a galla…
(Franco Battiato)

“L ignoranza è la forza” ha scritto George Orwell nel suo romanzo 1984 alla prima pagina del dizionario della neo lingua.

E così Luna, una ragazza madrilena di buon cuore, come si sarebbe detto un tempo, viene insultata dalla canaglia per aver mostrato compassione per un migrante africano stremato dalla fatica e dalla vita.

Il mistero grandioso della bontà ci commuove e assieme ci stordisce.

Nelle menti deboli genera il bisogno di negarla, di schernirla: il raffronto gli è insopportabile, meglio trepidare per i naufraghi dell’Isola dei famosi, per sofferenze e pensieri più alla portata.

La compassione, ha detto Aristotele, per manifestarsi necessita di tre condizioni: che un avvenimento negativo abbia colpito qualcun altro, che non sia dipeso dalla responsabilità di quella persona e che noi stessi siamo vulnerabili alla stessa maniera.

È per questo che essa trova cittadinanza solo all’interno della nostra cerchia sociale più ristretta.

E fatica a estendersi al dramma dell’Africa, delle guerre, della fame, che sono all’origine delle migrazioni.

Perché a noi manca il terzo requisito.

L’abbiamo conosciuto in passato ed è a quella esperienza che facciamo riferimento per sostenere le ragioni di un’accoglienza umanitaria.

Vanamente, perché una delle caratteristiche degli uomini, per fortuna o per disgrazia, è di dimenticare presto.

Selezionando i ricordi.

L’identità, spogliata della cultura e della misericordia, diventa la maschera dei nostri egoismi.

Lo straniero, specie se senza soldi, è accetto se resta a distanza di sicurezza.

L’idea del prossimo si rattrappisce fino a ridursi all’io.

Siamo regrediti dall’amore cristiano nei confronti dell’altro all’usanza pagana di privilegiare la nostra tribù in contrapposizione al barbaro.

“L’uomo- sosteneva Seneca- appartiene a due Repubbliche: la città e il mondo. Col tuo impegno da civis puoi soddisfare le esigenze di Atene o di Cartagine, ma se ragioni da sapiens allora giovi a tutti gli uomini”.

Specie oggi che la prima unità di misura dei nostri comportamenti, per ogni cosa, dell’economia all’ ecologia alla scienza, è il sistema mondo.

Dopo centinaia di migliaia di anni di evoluzione l’uomo di Neandertal rischia di prendere il sopravvento.

Ogni ancoraggio etico ci appare fastidioso e superfluo.

Quella cui ci si appella da chi rifiuta un vaccino che salva vite umane ad un padrone che osteggia regole e controlli che proteggono le persone e l’ambiente è, ha scritto De Tocqueville, “una sorta di libertà corrotta il cui uso è comune agli animali e all’uomo, che consiste nel fare tutto ciò che piace. Questa libertà è nemica di ogni autorità, sopporta con impazienza ogni regola. Con essa diventiamo inferiori a noi stessi, nemici della verità e della pace”.

Che pretendono da noi un pensare onesto.

Non del tutto libero dai vincoli esterni dell’ambiente sociale in cui viviamo e dai legami interiori intrecciati dall’educazione, dalla cultura, dall’esperienza, ché siamo creature altamente imperfette.

Ma liberamente dedito alla ricerca della verità intima delle cose e aperto ad accettarla allorquando si mostri, anche se non coincide con quella immaginata.

Un pensare responsabile e, insieme, problematico, eterodosso, disubbidiente rispetto agli schemi convenzionali e ai luoghi comuni.

Lo so, si dice spesso, anche quando non è il caso, ma quello che stiamo vivendo non è un passaggio ordinario.

Non solo per l’impegno gravoso cui ci assoggetta la duplice emergenza della pandemia e della recessione ma per l’impronta da dare alla società prima ancora che alla struttura produttiva all’atto di ripartire.

Non è solo questione di soldi, che pure sono necessari, ma di principi, di progetti, di riforme che lo sono anche di più.

Sono tante le cose che vanno ri- pensate.

Né questa organizzazione sociale squilibrata, né queste strutture civili inefficienti, nè un apparato economico ancora per tanta parte caratterizzato da scarsa innovazione e bassi salari sembrano in grado di affrontare la navigazione che ci attende.

Sono a rischio le condizioni di riproducibilità del sistema che ci ha dato il benessere e le legature umane che tengono assieme la comunità.

Per preservarle servono cambiamenti radicali.

Ed è questo il momento giusto per farli.

E per creare una sintonia di fini, di sentimenti, di azioni fra Istituzioni e popolo.

Il punto di vista della Terra, le ragioni dei giovani, il grido della giustizia offesa in troppi luoghi non trovano ancora ascolto adeguato.

Ci sono problemi strutturali, come si era soliti definirli, così sul versante della produzione come su quello della redistribuzione della ricchezza.

Che è un errore continuare a considerare in modo disgiunto, perché con i redditi bassi e il lavoro irregolare non si alimenta un ciclo virtuoso dell’economia.

È una realtà che non possiamo continuare a ignorare.

Sono trent’anni che aspettiamo l’arrivo di Godot.

Forse è il caso di andarlo a cercare.

“È il tempo del dare” dice seguendo lo schema classico dell’uscita da una recessione il Premier.

Ma è anche il tempo del prendere.

Senza intenti punitivi, con retto senno, direbbe San Paolo.

Per equilibrare un po’ quel che in equilibrio non è e bisognerà pur

Sono necessarie azioni profonde ma anche i segnali che indicano la direzione da prendere aiutano ad uscire dal buio del bosco nel quale ci siamo smarriti.

“Come prima” non è il messaggio giusto.

Quello di Letta, timido quanto volete, si.

Perché è rivolto ai giovani, perché rompe il tabù che ha via via reso inaffrontabile il tema delle mostruose distanze sociali e perché costringe tutti a schierarsi, fa cadere le maschere di una falsa sollecitudine sociale e mostra il volto di sempre.

I ricchi non devono piangere, come voleva un vecchio slogan massimalista.

Ma contribuire secondo le loro possibilità al benessere della comunità, come vuole la Costituzione, si.

Tanto più in presenza di un’emergenza.

Ancor più se si è gravati da un debito enorme.

È vero che per ripagarlo bisogna tornare a crescere, che l’arresto dello sviluppo pietrifica le diseguaglianze e che queste sono riassorbibili solo lungo un asse economico dinamico.

Ma non è men vero che la ricchezza prodotta non si distribuisce equamente da sola, nè lungo il processo produttivo, affidandola al semplice incontro domanda-offerta, nè nella fase successiva.

Bisogna volerlo fare, è necessario un intervento regolativo dello Stato nell’interesse della giustizia e della stabilità sociale.

In questi anni abbiamo camminato a ritroso.

Keynes, di cui tanto si parla a sproposito, dava per scontate cose, dal welfare, alla fiscalità progressiva, ai soldi statali per la disoccupazione e l’istruzione, che oggi sono tornate in discussione.

Oggi tocca sentir in tv un damerino che organizza matrimoni milionari rivendicare per i poveri invitati la gratuità dei tamponi.

Mentre con le tasse dei contribuenti si apprestano i siti per la vaccinazione dei vacanzieri ( ma non erano tutti morti di fame durante la prigionia invernale?).

Di contro una tassa di successione che tocca solo i fortunati con un patrimonio oltre i cinque milioni di euro, con un prelievo dell’1% per la quota eccedente questa misera soglia, diventa motivo di scandalo.

Sono così pochi, dice la destra, che servono a poco.

Meglio niente.

Par di capire che per servire a qualcosa occorra una riforma fiscale.

Magari come quella che sta facendo un anziano Presidente USA, forse un po’ rimbambito, in soli 100 giorni.

Che però qui, statene certi, non si farà.

Perché la destra non vuole.

È la quadratura del cerchio.

Di tutti i cerchi che hanno a che vedere con la giustizia e la responsabilità sociale.

E poi dicono che uno si butta a sinistra…

Anche se, per restare a Totò, è un po’ come cercare la Titina.

(Guido Tampieri)