Così urlavano nelle piazze le mie compagne di giovane età, decidendo di uscire da secoli di secondi ruoli, di comparse, figure di un secondo piano creato quasi appositamente per il loro ruolo da noi antagonisti di sesso diverso. E stavamo a guardarle, sorpresi come da un’improvvisa pioggerellina primaverile quando solo pochi attimi prima splendeva il sole. Un sole che riscaldava solo noi. Quanti anni sono trascorsi.

Deve essere considerata una vergogna, un’immensa vergogna, il dover parlare, nel ventunesimo secolo, della proprietà di un’altra persona. Perché di proprietà si tratta. Ancora una volta, il padrone della famiglia, quello investito non si sa bene da chi della massima autorità, della possibilità di decidere il bene e il male, si esibisce nella sua infima veste e decide della vita degli altri componenti della famiglia. L’ignoranza culturale, l’assillo religioso decidono, giudicano, giustiziano. La stirpe del padre trova poi un solido e valido appoggio nel fratello, anche lui povero essere appartenente alla stessa razza di sottomessi ad un dettame retaggio di secoli di ignoranza culturale, politica, sociale, religiosa.

Così, una giovanissima ragazza, colpevole unicamente del suo desiderio di scelta libera, incontra il suo destino avvolto in una nube retaggio di conservatorismo, appartenenza mistica. In una parola: povera ignoranza. E i nostri carabinieri, poliziotti, specialisti di ogni genere (non li ringrazieremo mai a sufficienza queste donne e uomini uguali a noi) cercano in ogni dove qualcosa che, nella loro mente, non è cosa che si possa perdere: la libertà della propria persona.

E che non vi sia, da parte nostra, un sollevamento di indignazione, un rigurgito di petti all’infuori nel furore della scoperta: dalle parti nostre la fortunosa evoluzione storica, culturale, politica e sociale, ci ha reso possibile l’intravvedere confini diversi, opposti parametri, aperture di visibilità fortuite e gratuite che rendono i nostri comportamenti verso i deboli ancora più odiosi, miseri, ingiustificabili, deprecabili.

Vai, cara povera ragazza, bellissima nei tuoi sogni di vita, rea di aver pagato l’appartenenza ad un mondo che non ti merita, capace solo di minimizzare il tuo valore e farsi giusto dovere della propria stupidità, arroganza, ignoranza, crudeltà. Vai, accompagnata dal nostro timido silenzio di correi arroganti e ciechi: che il tuo perverso destino possa, almeno, averci insegnato qualcosa. Non posso darti neppure questa certezza. Un lontano, casto, bacio di addio. Che la morte ti sia lieve.

(Mauro Magnani)