Al telegiornale hanno detto che Jeff Bezos, il signor Amazon, salirà sul primo volo turistico con destinazione lo spazio interstellare. Il mezzo, una specie di razzo, è di sua proprietà… quando si dice vado in vacanza dove mi pare. Da parte mia gli auguro di prendere bene con il tempo. Bezos ha dichiarato di aver finalmente coronato il suo sogno, perché fin da piccolo voleva andare nello spazio.

D’altronde ognuno ha i sogni che può permettersi, io, da quando ho due gatti, sogno di dormire una notte tutta d’un fiato, senza svegliarmi mai.

Però quando ero piccolo puntavo molto più in alto. Io, da bambino, volevo essere Ronald Reagan. Ci avevo pure scritto un tema sul presidente americano, e ricordo che quella storia i miei genitori la raccontavano ai loro amici, facendosi delle ghignate alle mie spalle. Va detto che la mia ambizione aveva messo radici nel 1985, un anno benedetto dal Signore per i filoamericani come me, con le uscite di Rocky 4 e Rambo 2 La vendetta. In entrambi i casi mio padre mi aveva portato al cinema Astoria, in Pedagna a Imola, e le notti di vigilia non avevo preso sonno. Ricordo la sua faccia affranta mentre cercava parcheggio e i suoi commenti caustici sugli incontri di pugilato di Rocky, a suo dire una gran boiata. Perché a mio padre piaceva Marvin “Il meraviglioso” Hagler, e quella era boxe vera, mica le cagate hollywoodiane. Invece Wargames, un anno prima, gli era piaciuto. Ad ogni modo, per come la vedevo io, il problema erano i russi, che tenevano il dito sul pulsante nucleare, parlavano come se in bocca avessero una musicassetta con il nastro impigliato ed erano cattivi, ma proprio cattivi. La nostra unica salvezza era il cowboy che stava alla Casa bianca. Io mi chiedevo cosa aspettasse mio babbo, che lavorava in banca e un po’ di soldi li aveva, a costruire un bunker antinucleare nel giardino di casa nostra. Poi, a peggiorare la situazione, c’era stato il disastro di Chernobyl, a convincermi una volta per tutte che i sovietici fossero il peggio del peggio e l’America avesse diritto a dominare il mondo rendendolo a propria immagine e somiglianza.

In quel momento della mia vita tutto ciò che arrivava da oltreoceano mi faceva brillare gli occhi, da Michael Jackson al football americano, dalle scarpe Nike al McDonald. Il McDonald poi… il paradiso. Nel 1986 quei martiri dei miei genitori mi avevano accompagnato al McDonald che era stato inaugurato in piazza di Spagna a Roma, il secondo d’Italia. Non eravamo scesi a Roma per quel motivo, ci mancherebbe, ma a me poco importava del Colosseo, dei Fori imperiali, di San Pietro. Io volevo addentare un hamburger del McDonald e ungermi le mani con quelle patatine che, si diceva, avessero un ingrediente segreto capace di farti perdere il senno. Di quella esperienza conservo l’immagine di mio padre, triste e curvo su uno sgabello con davanti un vassoio di plastica e un panino rotondo con un cetriolo che esce di lato.

Poi si sa come vanno le cose, i sogni piano piano svaniscono e si trasformano. Tutto si fa meno netto, l’America diventa meno bella di quel che sembra e i Russi vengono soppiantati dai Cinesi, quelli sì che sono terribili. Scherzi a parte, io Jeff Bezos non lo invidio, che secondo me su Marte non c’è il mare e i cocktail te li fanno pagare un occhio della testa.

Corrado Peli

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