Bologna. Domenica 20 giugno si è votato per le primarie del centrosinistra: a vincere è stato  l’attuale assessore alla Cultura, Matteo Lepore, che con il 60% dei consensi è riuscito ad avere la meglio sulla sindaca di San Lazzaro, Isabella Conti.

Quello delle primarie è stato un “successo di popolo”, ha dichiarato Enrico Letta: sono stati più di 26mila i cittadini bolognesi a recarsi al seggio, un numero che testimonia un grande attaccamento e fa essere ottimisti per il futuro, secondo i vertici del Partito democratico.

Ora che questa fase si è conclusa, possiamo tracciare un bilancio sul lascito delle primarie. Lascito che inevitabilmente impatta anche e forse soprattutto a livello nazionale, visto il valore simbolico che la sfida di Bologna aveva assunto negli ultimi giorni, con la presa di posizione di tantissimi big e una mediaticità che è andata decisamente oltre il livello locale.

Ma cosa si è giocato davvero nella città felsinea? A darsi battaglia sono state due idee di città. Tuttavia, come hanno sottolineato gli stessi candidati, in fondo queste non erano poi così lontane. Sono state due personalità e forze politiche diverse, anche se le prime condividono comunque una buona parte della propria storia e sulle seconde, a giudicare da quanti dem hanno sostenuto la candidatura di Conti, rimane “qualche” incertezza.

Mettendo assieme il sostegno di Conte, Schlein e Clancy, Lepore è riuscito nell’impresa di fare convergere la coalizione di centro-sinistra sul Pd, mentre questo si frammentava al suo interno. Dall’altra parte, Conti è riuscita a convincere una forza ben più incisiva di Italia Viva, contando sull’appoggio di Base Riformista e non solo. Insomma: il Partito è morto, lunga vita al candidato? In realtà “ni”: se c’è una cosa che senza dubbio dimostrano una volta di più queste primarie, è che il partito si trova a ricoprire una funzione al tempo stesso indispensabile e – intrinsecamente – limitata.
E così gli strumenti che, cresciuti nel periodo del bipolarismo, hanno sempre e contemporaneamente palesato punti di forza e di debolezza.

Come non essere d’accordo, del resto, con l’adozione delle stesse primarie, un modo di incentivare la partecipazione e coinvolgere maggiormente gli elettori in uno dei momenti topici della dimensione politica, la scelta del proprio rappresentante.
O con la scelta di aprire tavoli di confronto, nel tentativo di fare cooperare conoscenze e competenze al servizio del futuro, di una comunità che dimostri nei fatti la sua ispirazione progressista.

Eppure, ecco che proprio in questi elementi, assi portanti della strategia per ritrovare la connessione sentimentale recentemente invocata anche dal segretario Letta, si rivela una mancanza: quella dell’“organico”, della capacità pienamente strutturale di delineare una prospettiva.

Pier Giorgio Ardeni su “Cantiere Bologna” scriveva solo pochi giorni fa che “l’immagine del governo del Comune si è appannata parecchio, fino a farsi opaca”, riferendosi alle scelte della giunta negli ultimi anni. Io credo, invece, che il problema reale sia che l’immagine del governo del “comune” si è appannata parecchio, fino a farsi opaca, e che il problema non riguardi (solo) Bologna.
Il vero nodo da sciogliere, rispetto al quale le giuste opportunità di partecipazione sopra citate si trovano ancora parecchio staccate, riguarda la distanza tra la specializzazione tecnica, funzionale a indirizzare il presente, e la propensione alla mobilitazione permanente, ancora nella società dei corpi intermedi di un tempo. L’opaco di oggi, la sfida di domani. In ogni caso, un/a candidato/a non basta.

(Alberto Pedrielli)