“Il manubrio è largo perché i surfisti, qui in mezzo, ci infilano la tavola. Ma io vengo dal Canada e non faccio surf”.

Quel sabato pomeriggio di novembre, mentre aspettavo l’arrivo della nostra catechista, guardavo estasiato quella strana bicicletta con il telaio nero e un manubrio larghissimo, come le ali spiegate di un gabbiano. Mi ricordava le motociclette americane per le quali andavo pazzo. I chopper. Mio cugino aveva un poster sopra il letto, c’erano due persone a cavallo di una di quelle moto, lungo un’interminabile strada dritta con il Grand canyon a fare da sfondo. Uno di loro indossava un casco con i colori della bandiera degli Stati Uniti. Stelle e strisce. Pensavo che un giorno avrei avuto anch’io un casco del genere e, dio solo lo sa, anche una moto uguale. Magari al posto del Grand Canyon ci stava lo stradone, là, vicino al Canale emiliano. Quella bicicletta in mano al bambino nuovo era la cosa più americana che avessi mai avuto a portata di mano. Poco importa se quel Carmine, il bambino nuovo, arrivava dal Canada e non dal Texas o dal Colorado.

“Ma come fai a frenare?” Non vedevo le aste e nemmeno i pattini. Pensavo che il segreto fosse piallare le suole delle scarpe per terra, cosa che io facevo sovente visto che la mia scassatissima bicicletta aveva i gommini consumati fino al ferro. D’altronde l’avevo riciclata da mio cugino Umberto, che l’aveva riciclata da suo fratello Riccardo.

“Con i pedali. Freni a tamburo”. Aveva risposto Carmine, con quel modo di parlare strano, un italiano contaminato dal francese d’oltreoceano e inquinato da qualche mese tra i monti marsicani.

“I pedali?” Freni a tamburo? Mai sentito prima.

Nessuna spiegazione. Carmine aveva inforcato la bici e io mi ero fatto da parte, seguendolo a bocca aperta. Si era lanciato lungo quella strada deserta che costeggiava il parcheggio della parrocchia, al cartello dei cinquanta metri dallo stop aveva fatto inversione con una precisa parabola a U che solo con un manubrio del genere si poteva disegnare. Poi aveva ripreso a pedalare forte verso di me. Meno quaranta, meno trenta, sempre più veloce. A guardarlo era un portentoso rapace nero con le ali distese che veniva a catturarmi. Meno venti, meno dieci. Taccccc. Avevo sobbalzato dalla paura. Carmine si era alzato in piedi e aveva dato un colpo secco all’indietro sui pedali. La ruota posteriore si era bloccata senza esitazione e aveva iniziato a strisciare di sbieco sull’asfalto lasciando una striscia scura. Era la strisciata più lunga che avessi mai visto e, a quel tempo, la virilità maschile si misurava con la lunghezza della strisciata. Per un attimo mi era sembrato di scorgere una nuvoletta di fumo grigio alzarsi nell’aria. Ma la cosa migliore era stato il rumore del copertone sul cemento, quella grattugiata che, a dieci anni, non aveva paragoni con nessun altro suono al mondo. Benvenuto Carmine.

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(Corrado Peli)