Il caldo inizia a farsi sentire e con lui le “serafiche“. Chi non dovesse conoscere tale malefica specie di insetti volanti o, molto più documentato e istruito di me, dovesse identificare tale spregevole volatile con l’appellativo scientifico, sappi che nel Parco naturale dell’Uccellina è possibile, con estrema semplicità, procurarsene alcune decine di milioni di esemplari in modo da eseguire qualsivoglia esperimento, sia votato allo studio della specie che alla di essa soppressione definitiva. Io, a titolo personale, sarei per la seconda ipotesi. Ma mi sono sentito dire che sono comunque specie di animali del Parco …

Comunque sia, per evitare di ritrovarmi coperto di alcune centinaia di pustole urticanti e doloranti, ho provveduto a indossare un calzone a gamba lunga, calze robuste e una camicia a manica lunga: tutto materiale cosiddetto “tecnico”, ma fa un caldo bestia e, a mo’ di contentino, ho dovuto spalmarmi di un olio puzzolente di non so bene cosa tutte le altre parti rimaste scoperte. Indosso pure un cappello a tesa larga, modello Indiana Jones: ridicolo.

Meno male che di qua non passa nessuno. Sono esattamente le 5 e 52 del 14 giugno: mi sono incamminato che ancora non albeggiava e tralascio di narrarvi del grugnito di disapprovazione di mia moglie. Non ha poi tutti i torti. La storia è iniziata quando, ieri pomeriggio, nei pressi di alcuni contenitori per la raccolta differenziata, ho rinvenuto, abbandonato sul terreno, un sacchetto di carta contenente interiora di pollo, zampe e testa dello stesso: ogni zona è la fotocopia dell’altra per quanto riguarda il rispetto di sé stessi e degli altri.

Me ne sono uscito: “Con questo riesco a vedere il biancone!”. Mia moglie, saggia donna: “Cosa devi vedere?”. Poi, quando ha visto che intendevo raccattare l’involucro mi ha intimato di non pensare neppure lontanamente di portare il tutto al camper, pena la rottura definitiva del nostro rapporto. Dopo alcuni scambi di opinione che è opportuno non riportare, ho rinvenuto un sacchetto di plastica, vi ho introdotto i miseri resti e spergiurato di appenderlo all’esterno del mezzo, nella parte anteriore.

Il biancone è uno splendido esemplare di rapace (chiamato aquila dei serpenti), con un’apertura alare di quasi due metri e una coda a ventaglio di una bellezza unica. Ieri, ritornando da San Rabano, ne ho visto uno in volo (inconfondibile con le ali aperte quasi bianche nella parte inferiore) e immancabilmente ho sognato di poterlo vedere da vicino. Così, eccomi qua: acquattato in cima ad un roccione, poco lontano dal Ponte delle Tartarughe, con sopra la testa le fronde di un bellissimo pino che non manca di iniziare a perdere gli aghi non più utili, mentre osservo con l’aiuto del mio vecchio Nikon 35X12 una carcassa di pollo abbandonata circa un centinaio di metri più a valle. Sono sotto vento e in buona posizione: potrei anche farcela. Mentre cerco di sistemare meglio il ginocchio sinistro che inizia a dolermi per una punta di calcare dispettosa come non mai, mi felicito per la postazione, per la scelta dell’ora e per l’ottima visibilità.

Alle nove e mezza, il ginocchio sinistro minaccia di non riportarmi ad Alberese, il sudore cola da ogni poro della mia pelle, la carenza di caffeina inizia a farsi sentire e il cappello evidenzia una nuova fascia circolare in tono di colore ma un po’ più scura.
Alle dieci e dieci, mentre mi assale il dubbio di riuscire ad alzarmi in piedi visto lo stato del ginocchio e un certo intorpidimento dell’anca destra, causa l’immobilismo, mi scopro osservato dal primo animale che ho potuto vedere nella mattinata: una tartaruga di dimensioni ragguardevoli sta transitando proprio sotto il mio posto di osservazione e si è fermata immobile.
Lentamente solleva il capo e lo gira verso di me: vuoi vedere che mi sono fatto scoprire da una tartaruga? Mentre rimugino sull’opportunità di non farlo sapere a nessuno: eccolo! Lassù, due/trecento metri sopra la mia testa uno splendido biancone produce le sue larghe spirali e sembra proprio interessato ai resti del mio pollo. So bene che il suo pranzo preferito è una bella biscia, ma a un po’ di ciccia di pollo non è facile rinunciare. Ora sembra allontanarsi, ma eccolo che ritorna: ora è più basso e vola esattamente al di sopra della mia esca.

L’emozione mi ha fatto dimenticare tutti i mali e reggo il binocolo con un leggero tremito: riesco perfino a inquadrarlo mentre vola in cerchi sempre più stretti con le ali perfettamente immobili e quasi candide, nella parte inferiore, salvo qualche piuma scura perfettamente intervallata. E’ uno spettacolo tanto bello che quasi non riesco a credere alla riuscita del mio inganno. E infatti non c’è da crederci! Ecco l’accattona che sbuca da una macchia di ligustro e si dirige sicura verso i poveri resti del pollo: una volpe, sicuramente attratta dall’odore, non crede ai propri occhi che vedono un pasto tanto lauto e guadagnato con minimo sforzo. Certa di ciò che fa (chissà da quanto stava appostata nel verde) si getta sulle interiora e le divora, poi tocca alla testa che poi getta per azzannare una zampa, quindi la seconda. Forse sazia ipotizza di allontanarsi e si gira verso il ligustro poi, ripensandoci, azzanna la testa e scompare definitivamente dalla mia e altrui vista. Ammetto che mi scappa un “porca …” che mal si addice ad un osservatore della natura, ma quando vedo che anche il biancone se ne è andato non riesco a trattenermi.

Scendo dal mio appostamento e mi avvio verso la strada vicinale con neri pensieri che mi frullano nella testa.

“Ah! Allora era lei che faceva luccicare le lenti, là sulla roccia, poco fa! Lo sa che non si può uscire dai sentieri? Lo sa?”.
Ecco, ci mancava anche il guardiano del parco e sembra pure armato di giuste riprovevoli intenzioni. Tento: “Cercavo di osservare il biancone in volo senza farmi vedere”.
“Se vuole vedere il biancone questo non è il posto giusto e neppure l’ora”.
“Ma uno c’era ed era pure bello”.
“Un mammalucco! ecco cosa c’era! Questa non è zona di rettili: se sale da Talamone verso la torre, lì ne vede quanti ne vuole e stia attento alle vipere!”.

Gira la schiena e se ne va: deve avermi giudicato inoffensivo, o incapace. Comunque innocuo. Potrebbe trattarsi di un affronto personale. Quasi tra i piedi, una tartaruga (sicuramente quella di prima!) mi osserva immobile. La raccolgo e si ritira contenuta nel suo carapace. La osservo. Il muso, raccolto tra le due zampe anteriori, tra le mille rughe e scaglie sembra abbozzi un sorriso. Che fa? Mi deride pure lei? La ripongo tra l’erba e mi incammino. Il ginocchio sinistro mi duole non poco e l’anca destra …

Però il volo del biancone era bellissimo!

(Mauro Magnani)