Sono quattro quotidiani storici, ben radicati nelle proprie realtà cittadine e provinciali. Parliamo delle Gazzette di Reggio Emilia e di Modena, della Nuova Ferrara e del Tirreno di Livorno, da qualche mese transitate dalla Gedi (nella quale è l’ex-Gruppo L’Espresso cui faceva capo la società che editava da anni questa solida rete di giornali locali, la Finegil) alla Sae (Sapere Aude Editori, con sede in Toscana, in quel di Livorno) un gruppo editoriale costituito ad hoc per acquisire e gestire quelli che erano i gioielli minori, ma non meno importanti, della galassia di Repubblica.

Nel corso di una presentazione dei nuovi editori a Bologna molte le parole spese ed i titoli dati ai progetti di sviluppo. Una Scuola di alta formazione, un Centro di produzione di contenuti multimediali, un Digital Media Fund cioè un incubatore di start-up nell’editoria digitale: queste le principali promesse fatte dai proprietari e manager del Gruppo. Accanto a ciò una forte sottolineatura che l’azienda avrebbe puntato al sostegno ed allo sviluppo del giornalismo di qualità, alla lotta senza quartiere alle “fake news”. Parole, parole, parole ….

Nel giro di breve tempo le redazioni hanno dovuto scioperare più giorni, proclamare stati di agitazione, disdire accordi che erano in essere già con la precedente proprietà, la Gedi.

Della realizzazione di quanto detto a Bologna non c’è traccia mentre sono arrivate le solite richieste (per di più definite non trattabili) di riduzione dei costi e degli organici con relativo ricorso agli ammortizzatori sociali. Ovvero, l’espressione più alta della progettualità di cui sono capaci, da tempo, gli editori italiani. Spesso con la complicità dei Direttori (che in questo caso si sono rifiutati di pubblicare i comunicati sindacali) timorosi di perdere il posto.

Come sia possibile praticare il giornalismo di qualità, almeno se con questa espressione si intende verificato, attento a ciò che veicola, rispettoso della deontologia professionale, tagliando gli organici – quindi aumentando i carichi di lavoro – riducendo il numero di collaboratori e fotografi, tagliando i compensi, è assai duro da comprendere. La classica missione impossibile.

Oggettivamente è difficile essere sorpresi di questa svolta, evidentemente, non improvvisa degli editori Sae. La classe imprenditoriale editoriale del nostro Paese ormai ha un unico progetto: ridurre, tagliare, sfruttare ogni fonte esterna di denaro possibile (siano le casse dello Stato o quelle dell’Inpgi, l’Istituto previdenziale dei giornalisti che ha dovuto spendere 500 milioni di euro solo in ammortizzatori sociali per la categoria).

Così non c’è futuro per il giornalismo di qualità di cui pure i nuovi editori dei quattro giornali locali ex-Gedi hanno parlato al momento della loro discesa in campo.

Come se ne esce? Intanto, è evidente che il settore editoriale è un vero e proprio comparto industriale sul quale lo Stato deve intervenire con adeguati finanziamenti, ma che hanno da essere molto selettivi e basati su criteri chiari, quali il sostegno all’innovazione tecnologica costante, alla formazione ed alla stabilizzazione del personale. Niente contributi emergenziali a pioggia quindi, ma mirati. Si spera che qualche briciola del Pnrr arrivi anche dalle parti del mondo dell’informazione che tutti dicono essere essenziale per la democrazia, ma di cui davvero in pochi si occupano dei rilevanti problemi che lo caratterizzano, almeno nelle istituzioni e nella politica.

(Giovanni Rossi, presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna)