Vi era un tempo in cui si votava per appartenenza, i partiti erano strutture forti e gli scostamenti elettorali assai ridotti.

Durante la prima repubblica un più o un meno due percento era salutato come “grande avanzata” o viceversa “una significativa perdita di consenso”.

Altri tempi.

Nel terzo millennio nascono partiti nuovi come funghi, i consensi si impennano o spariscono nel volgere di una stagione e la vocazione leaderistica, con partiti e movimenti cuciti addosso alla figura del leader di turno, la fa’ da padrone.

Invece nella conservatrice e spesso immobile Bologna, a parte l’eccezione Guazzaloca e una stagione di commissariamento il partito di governo pigliatutto è dal dopoguerra che il PCI/PDS/DS,/PD, si conferma egemone a dispetto del mutar dei nomi e delle  leadership.

Questo non significa che non avvengano cambiamenti anche radicali di linea politica, ma solitamente tutto qui avveniva nella ferrea tradizione del Pd emiliano, in cui era uso allinearsi subito al vento che tirava: emblematico il caso imolese di qualche anno fa, quando praticamente tutti i militanti del PD andarono a letto la sera saldamente bersaniani per risvegliarsi al mattino dopo convintamente renziani. Quasi senza accorgersene.. Miracoli della fede.

 

Ma torniamo a Bologna: il dibattito nel Pd del capoluogo sul futuro sindaco andava avanti da un anno stancamente ma tutto sommato ordinatamente (come ama questa città, a cui piace dipingersi come stravagante, creativa e a volte irriverente, ma con una quarantina d’anni di ritardo. Nel senso che i veri creativi, gli irriverenti, e i sinceri anticonformisti o ribelli sono guardati con diffidenza e osteggiati da vivi, in quanto spaccamaroni, ma vengono poi molto celebrati da morti).

Ebbene, il dibattito come dicevamo non era poi così appassionante: da una parte il delfino designato, l’assessore Matteo Lepore, dall’altra una variegata compagnia in cui spiccavano altri due assessori della giunta Merola: Aitini e Lombardo. A questi nel corso del tempo si erano aggiunti svariati nomi (circa uno al giorno, nell’autunno scorso): i soliti personaggi impegnati nella consueta tattica dell’annuncio di una autocandidatura finalizzata più che altro a farsi vedere e magari ad ottenere qualcosa nel momento in cui, ritiratisi in buon ordine, la pallina della roulette si fosse fermata sul candidato designato.

 

Poi è arrivato Renzi che fiutata l’opportunità di creare scompiglio nella nuova segretria di Enrico Letta ha buttato nell’arena la sindaca di San Lazzaro Isabella Conti, renziana, ma molto apprezzata nel suo comune e con un dna politico saldamente ancorato alla tradizione: sinistra giovanile, Ds, poi Pd, fino alla rottura e al passaggio a Italia Viva dopo il famoso caso della “colata di San Lazzaro” che la vide andare in attrito con settori del Pd e soprattutto con il mondo cooperativo.

E’ qui che l’elettore bolognese ha assistito al profilarsi del caos: improvvisamente le primarie si sono trasformate da primarie di partito a primarie di coalizione, visto che la Conti non è del Pd.

Piccolo problema: non era stata definita alcuna coalizione. Alcune forze a sinistra del PD, come Coalizione Civica, si sono accordate in corsa col candidato Lepore, altri come il Movimento 5 stelle sono rimasti alla finestra affermando però che avrebbero appoggiato Lepore se fosse uscito vincitore.

Dal canto suo la Conti ha spaccato di netto il Partito Democratico: l’area renziana dei democratici infatti l’ha appoggiata compatta, così come molti tesserati.

Siamo arrivati al paradosso che il segretario cittadino del PD di Bologna, Aitini, ha dichiarato pubblicamente di appoggiare una candidata che non è del partito di cui lui è segretario.

Paradossi che definiscono un’epoca confusa: in campagna elettorale intanto sono volati gli stracci e le partigianerie si sono schierate più sulla base delle empatie personali che dei progetti dei candidati, oppure ci si schierava in difesa di progetti politici generali.

La candidatura Conti per molti, anche a sinistra del PD, rappresentava il tentativo di Renzi di abbattere il progetto  nazionale di alleanza tra PD, Movimento 5 stelle e sinistra, che vede proprio Bologna come brodo di coltura laboratoriale.

Per altri, soprattutto per un’area di centro che gravita a destra del PD, la Conti era un’ottima carta per cercare di battere l’egemonia democratica dal suo interno, e infatti non sono mancate le dichiarazioni di appoggio a Isabella Conti da parte di un elettorato tradizionalmente schierato col centrodestra che avrebbe volentieri, in questo caso, votato lei, anche nelle elezioni vere, ma che mai e poi mai voterebbe Lepore.

 

Il 20 giugno scorso Matteo Lepore ha prevalso su Conti 60 a 40: una vittoria netta ma non schiacciante, per cui nel PD è subito scattato il riflesso condizionato di far rientrare i reprobi in nome dell’unità e di una battaglia (contro la destra) tutta ancora da giocare.

Detto che a destra sono ancora in alto mare e sembra che non sappiano che pesci pigliare, stretti tra candidature di bandiera senza speranze e personaggi cosiddetti “civici” che risultano poco attrattivi, la pace nel laboratorio bolognese è comunque durata poco: appena 10 giorni dopo il voto è infatti scoppiata la guerra civile nei 5 stelle tra Conte e Grillo.

La candidatura di Lepore è certa, che Bologna diventi il laboratorio sperimentale di un’alleanza a livello nazionale molto meno, visto il caos che impazza nel movimento fondato da Beppe Grillo che potrebbe portare a una scissione e alla nascita di un nuovo partito guidato da Giuseppe Conte.

Insomma: c’è molta confusione sotto il cielo e anche sotto le due torri, e non è detto che sia un bene.

 

Elettore Bolognese (che non ha votato alle primarie)