L’ultimo trofeo dell’Inghilterra, il mondiale a Wembley del 1966, ci ricorda il goal fantasma di Hurst e stavolta la finale è arrivata col il rigore “generoso” fischiato su di Sterling, ai supplementari, affossando l’ottima Danimarca. Sarebbe però ingiusto ritenere casuale l’arrivo in finale degli inglesi, perché Southgate sta costruendo una nazionale di grande spessore, con una generazione di giovani campioni che aspettano solo il salto di qualità, dopo essersi messi in luce ai mondiali giovanili delle varie fasce di età.

E’ la migliore finale possibile, perché l’Italia ha sicuramente meritato e a Wembley domenica gli inglesi cercheranno di dare ragione alla loro canzone cantata allo stadio: “It’s coming home, Football’s coming home”, il calcio torna a casa, dai campioni che lo hanno inventato. Per dire, ai mondiali che precedettero la Seconda guerra mondiale, gli inglesi non andarono per “manifesta superiorità”.

E’ una rivalità sentita quella che divide le due nazioni. Quando i maestri del calcio sono scesi dal piedistallo cominciando a confrontarsi con le altre nazionali, hanno trovato l’Italia di Pozzo campione del mondo e nella memoria collettiva rimane il ricordo del 1934 coi “leoni di Highbury” che contrastarono il dominio degli inglesi e giocarono quasi tutta la partita in dieci per l’infortunio di Luisito Monti (non c’erano le sostituzioni), sconfitti ma con gli applausi dello stadio per una rimonta rimasta celebre. Dopo dieci minuti l’Italia era sotto di tre goal, ma nella ripresa rimontò fino al 3 a 2 finale.

E Mancini ha bisogno che a Wembley domenica gli azzurri ritrovino lo spirito di Highbury, perché sarà una battaglia spettacolare, col popolo inglese che sente l’occasione irripetibile di tornare al centro del pallone.

Gareth Southgate e Roberto Mancini

Con l’Inghilterra c’è una rivalità antica che vede gli azzurri in vantaggio (dieci successi contro otto e nove pareggi) e i bianchi vincitori solo in due delle 12 gare degli ultimi 40 anni. Come 40 anni di infruttuosi tentativi ci sono voluti per il primo successo azzurro del 1973. Da Piola a Meazza, da Mortensen a Hitchens, da Capello a Zola il pallone racconta 88 anni di sfide e prodezze, che cominciarono quando i maestri del calcio abbandonano il loro isolamento per incrociare i guantoni coi campioni del mondo.

I due commissari tecnici hanno attraversato momenti difficili nella loro carriera.

Roberto Mancini è stato un grande giocatore di calcio, a cui forse è mancato quel pizzico di determinazione che serve per diventare un campione indimenticabile. Con la nazionale italiana ha disputato da titolare il campionato d’Europa 1988 (indimenticabile la rabbia con cui si rivolse alla tribuna dei giornalisti dopo il goal contro i padroni di casa della Germania Ovest), ed è stato convocato senza mai giocare al campionato del mondo di Italia 1990, quello delle “notti magiche”.

All’Europeo casalingo del ’96 l’Inghilterra arrivò fino alla semifinale, quando fu sconfitta dalla Germania ai rigori, per l’errore dal dischetto di Gareth Southgate, l’attuale commissario tecnico dell’Inghilterra. “Ci ho pensato per un paio di decenni”, ha raccontato di recente su quell’errore. Nell’autunno 2016 venne promosso a commissario tecnico ad interim della nazionale inglese per quattro partite, in sostituzione del dimissionario Sam Allardyce. Confermato in pianta stabile nel mese di novembre 2016, con un contratto quadriennale, ha guidato l’Inghilterra al quarto posto finale nel campionato del mondo 2018 e al terzo posto nella UEFA Nations League 2018-2019.

Domenica ci sarà forse la partita più importante, tra due nazionali guidate da due veri leader che, dai momenti difficili, hanno tratto la forza per migliorare il loro lavoro e le prestazioni delle loro squadre.