Il Bologna Rivolta Pride del 3 luglio, assieme alle altre manifestazioni tenutesi in tutta Italia per i diritti LGBTQ+, hanno testimoniato una grande volontà di partecipazione e un profondo senso di uguaglianza diffuso in un’ampia fetta della popolazione italiana. Non solo: anche nel “semplice” hashtag #moltopiùdiZan, che ha accompagnato sui social media lo svolgersi degli eventi, sta una rivendicazione dal potenziale trasformativo immenso, in grado di conciliare trasversalità e liquidità, corporeità e unità. I linguaggi si mescolano, il desiderio di cambiamento è condiviso.

I giovani al centro

Le giornate di lotta transfemminista, si diceva, hanno visto un’adesione importante e trasversale. Dividendo per gruppi, tra i grandi protagonisti delle manifestazioni vi sono stati senza alcun dubbio i giovani. La sensazione per questa fascia della popolazione è che si stia facendo strada, sempre di più, la convinzione che, se si intende attuare una vera trasformazione sociale, il momento è ora. Nel corso del periodo pandemico, vi è stata una decisa accelerazione da parte del dibattito pubblico sul ruolo e sulle opportunità delle giovani generazioni nel futuro da ricostruire. Tirate da una parte e dall’altra, spesso ancora associate a stereotipi imposti dall’alto (come dimenticarsi dei giovani choosy) e inserite in qualità di oggetti in discussioni dal forte accento paternalistico, sulle strategie politiche. Ogni giorno che passa, diventa più accesa la loro battaglia per ottenere voce e potere reale, per contribuire da una qualche forma di “interno” alle scelte della classe dirigente. Così come diventa più netta la divisione sistemica, ormai innegabile anche dal più religioso sostenitore dell’ideologia del merito individuale, “tra chi pensa di avere un futuro e chi si sente uno scarto umano”.

La questione dei corpi

Gli slogan delle piazze ci dimostrano in maniera plastica che il vero scontro della nostra era è quello tra sistema e corpi. Corpi inglobati ma privati dei diritti della persona, quando gli interessi economici ritengono necessario il loro sfruttamento. Corpi abbandonati, relegati ai margini di una struttura sociale e culturale che, sotto ben più di un aspetto, si rivela fuori controllo e lontana da logiche umane. Così, l’esclusione rimane la realtà degli oppressi. Come ha sottolineato Non Una Di Meno “viviamo in una società patriarcale, eterocisessista e transfobica, che non ci vuole, per cui siamo corpi sbagliati e persone malate.” La pars construens, allora: una rivoluzione della sensibilità, perché nel magma culturale nel quale plasmiamo i nostri significati trovino casa i corpi cui ora la società insegna a percepirsi come anormali, laddove il rispetto per la persona dovrebbe invece ricoprire il primo posto nella scala dei valori non negoziabili. Di più: potere nelle parole e nelle mani di chi la società la edifica nella ricchezza e nella diversità dei suoi punti di vista, perché senza il primo questi continueranno a vedersi negati.

Lo scontro culturale è politico e viceversa

Vi è ampio dibattito in diverse parti del mondo sul rapporto di interdipendenza tra elementi culturali e politici. Una delle chiavi di lettura a suo modo più significative è quella fornita dalle figure chiave di quel “totalitarismo fuzzy” che corrisponde all’internazionale dell’alt-right, convinta in maniera più e meno cosciente che dai temi della comunicazione e dell’impatto del fattore grafico – i meme, le immagini continuamente ricreate che circolano in Rete, nascono in quel mondo lì – derivi l’operato delle istituzioni. La potenza online può essere magnifica e tremenda, non mancano esempi sull’uno né sull’altro fronte, a chiare lettere digitate. Tuttavia come dispiegare la liquidità dei tanti movimenti transfemministi, ambientalisti e antifascisti in funzione di una nuova narrazione che ecceda i confini degli ambienti mediatici e costruire quella che si era una volta soliti definire egemonia? Sul nostro territorio ci sono in questo momento tanti spazi di aggregazione tuttora in cerca di un appiglio per entrare nella nuova epoca interconnessa: circoli, case del popolo, giardini pubblici ormai abbandonati. Un tempo, dotati di due valori intrinseci, quello dell’accoglienza e della solidarietà, inequivocabile spinta per la generazione del benessere. E ancora, nuovi luoghi di incontro e di confronto istituzionale, per esempio sul modello delle assemblee cittadine, dove corrispondere la formula al principio. Luoghi da mettere in dialogo, in RETE. Nei quali dare vita a un altro possibile.

(Alberto Pedrielli)