Se al mondo non ci fossero fatti ma solo interpretazioni non si potrebbe negoziare perché non ci sarebbe alcun criterio per decidere se la mia interpretazione è migliore delle altre. (Umberto Eco)

Renzi ha scritto un libro.

Che naturalmente non leggerò.

Andrà certamente a ruba negli Emirati arabi.

Come cantava Tenco “un giorno dopo l’altro la vita se ne va” e non mi pare il caso di sprecarla in occupazioni futili.

Mentre traggo a riva la rete dell’esistenza mi vorrei concedere il lusso di frequentare solo persone intelligenti e sensibili.

Anche a distanza.

Non è facile.

Le brutture del mondo si insinuano da tutte le parti.

Stampa, televisione….

Forse per questo non sono mai stato tentato di scendere nell’agorà degli imbecilli, come Eco ha definito i social.

Che possiamo già considerare una grande opportunità perduta.

Nella civiltà dello spreco non si butta nella spazzatura solo il cibo ma anche la decenza.

In ossequio alla quale, l’ineffabile Principe fiorentino, che non disdegnava in gioventù l’appellativo di Obama bianco, e nel corso delle sue scriteriate battaglie politiche ha affondato solo navi amiche, ha graziosamente concesso di non nutrire risentimento nei confronti di Letta.

Come Maramaldo che perdona Castruccio.

Io non so se l’uomo è di sinistra o che.

È un fatto che i danni li ha prodotti solo in quel campo.

E non ha ancora finito.

Ognuno è libero di pensarla come vuole.

Purché non pretenda di sostituire alla realtà la sua rappresentazione dialettica.

“Le nostre interpretazioni sbattono continuamente la testa contro lo zoccolo duro dei fatti- scrive Eco- e i fatti, anche se sono spesso difficili da interpretare, sono lì, solidi e invasivi, a sfidare le interpretazioni insostenibili”.

Intimiditi come siamo un po’ tutti da un mondo nel quale si cerca di far passare il male per bene, la tenebra per luce e il salato per dolce, si fa perfin fatica a dirlo.

Se, come ha scritto Pasolini la morte non consiste nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi, io sto morendo due volte.

Perché non riesco a comprendere quel che mi accade intorno.

Non comprendo gli insegnanti che non si vaccinano.

Forse ancor meno dei medici.

Perché gli insegnanti, oltre alle responsabilità individuali che li accomunano a noi tutti nel porre argine a questa calamità contenendone la diffusione e scongiurando la formazione di sempre nuove e più temibili varianti, hanno anche una funzione educativa.

Noi mettiamo nelle loro mani i nostri figli, il più prezioso dei nostri beni, sotto l’aspetto affettivo e sotto quello civile di piccoli cittadini di domani.

Cosa gli insegnano, a parte la storia e la geografia, a cosa li educano, a quali valori, a quali principi se non sono capaci di uscire da sé per aprirsi ai bisogni della comunità?

Non occorre aver letto Max Weber per capire che in questo snodo cruciale della società l’etica della convinzione si deve sposare con l’etica della responsabilità, che guarda oltre la soddisfazione dei propri convincimenti per farsi carico delle conseguenze dei propri atti.

Recriminare sulle responsabilità degli altri in questo Paese sgangherato è facile, è assumersi le proprie che è difficile.

Nessuno è obbligato a fare l’educatore e non tutti sono capaci di esserlo.

A dire il vero non capisco nemmeno questa ventata di retorica nazionalista che ha pervaso un po’ tutta l’Europa in occasione del campionato europeo di calcio, uno dei tanti vinti e persi ora dall’uno ora dall’alto.

O per meglio dire, la capisco, se pongo mente al bisogno di gioire dopo un lungo periodo buio, ma ostinatamente non mi adeguo agli argomenti e ai toni che l’hanno accompagnato.

Dai fischi all’inno tedesco da parte degli ungheresi, a quelli all’inno italiano da parte degli inglesi, fino all’apoteosi degli azzurri che ha fatto dire a un cronista : “Signore ti ringraziano per averci dato il calcio”.

Anche meno.

Visto che il calcio, nella sua veste moderna ce lo hanno dato gli inglesi (la prima squadra italiana è stata il Genoa Cricket and football club), e il Signore ci ha dato anche le zanzare.

Quello della Nazionale italiana di calcio è stato un successo sportivo.

“Abbiamo reso onore allo sport” ha detto con espressione insieme sobria e riconoscente il Presidente Mattarella.

Se servirà da stimolo per affratellarci un po’ di più, bene.

Ma già così l’impresa ci riempie di soddisfazione.

Amiamola, ma lasciamo la Patria dov’è.

E così la dignità di un popolo e l’eroismo.

Questo successo non rappresenta la rinascita dell’Italia, non ancora.

Sarà più dura che vincere a Wembley.

Nemmeno lo sport italiano è rinato.

Non era morto per una sconfitta con la Svezia quattro anni fa.

Abbiamo perso una partita, non abbiamo perso l’onore.

I nostri ragazzi, alcuni gli stessi di oggi, non hanno tradito la bandiera.

Che nel frattempo sventolava in altre discipline sportive, specie in campo femminile, il nuoto ad esempio, e lo sci.

Una squadra non è l’immagine di un Paese.

A volte lo è di un regime, che persegue questo scopo.

Abbiamo vinto due dei nostri quattro mondiali sotto il fascismo.

L’Argentina ha vinto il primo mentre i suoi figli venivano scaraventati in mare dagli aerei.

Per non parlare dei Paesi comunisti nei quali c’era il doping di Stato.

Di quale Italia è stato immagine il calcio nei 56 anni in cui non abbiamo vinto il titolo europeo?

Diciamo di aver trionfato perché siamo uniti: prima come eravamo, e se non avessimo vinto come saremmo?

Come si può pensare che la coesione di un Paese, l’indole di un popolo, si misuri da un rigore realizzato in più?

O da Donnarumma.

Che non è un eroe ma il grande e ben remunerato portiere del Paris Saint Germain.

Abbiamo vinto e ne siamo orgogliosi.

Abbiamo battuto questi inglesi un po’ supponenti e ne siamo felici.

Sono appassionato di calcio.

Sognavo di diventare un grande numero 10, il resto della mia vita è stato un ripiego.

Non solo comprendo la gioia dei tifosi, gioisco anch’io.

L’ho fatto per il mondiale vinto nell’82 e poi nel 2006.

L’ho fatto per la Nazionale di tutti e per il Milan di una parte soltanto, prima con Nereo Rocco e poi contro la Juventus, ai rigori, il massimo della libidine.

Lo sport è questo.

Non ha bisogno di pullman per renderci felicemente partecipi dei suoi successi.

Non al tempo del covid.

Quando a Tokyo le Olimpiadi, che sono molto di più, in tutti i sensi, di un europeo di calcio, si svolgeranno senza spettatori.

Sentito Veltroni in tv dire che questo è il momento della competenza e che noi italiani ci comportiamo diversamente dagli altri.

Non è così vero.

Berzot e Lippi non erano meno competenti di Mancini.

Quanto ai comportamenti, beh, lasciamo stare.

La splendida Nazionale di Valcareggi, seconda ai mondiali del Messico solo al più grande Brasile della storia, venne accolta coi pomodori e polemiche feroci.

E ricordo ancora con vergogna i fischi all’inno Nazionale argentino nelle notti magiche del mondiale italiano, e quella scudisciata di Maradona: hijos de puta.

Che nella nostra lingua significa più o meno: figli di puttana.

Cerchiamo di stare leggeri.

(Guido Tampieri)