Nei vicoli della vecchia Roma, zona Trastevere, quando si deve accennare a qualcosa di scontato, di risaputo, di ovvio, naturalmente usando il fraseggio del bellissimo dialetto locale, si racconta una breve storiella che riporto (purtroppo non riesco nel linguaggio originale … se non dove ricordo)

Ma che me staj a ‘dì, che diceva l’affogato? Solo pochi secondi prima de morì! Cor la bocca de fora dall’acqua der Tevere se raccomandava de ricordare un po’ a tutti, che se te butti ner l’acqua fonda rischi d’annegà”.
E quelli dai’ a ride’, e a ride’ prima de buttarsi …

Una delle figure di sicuro spicco politico non solo nell’ambito del proprio paese, ma anche in quello più affollato europeo, una persona che si sta accingendo a lasciare il proprio ruolo dopo tanti anni (succedesse mai anche da noi!) di governo e responsabilità, una donna che, nel bene e nel male, in piena luce e in ombra, ha saputo e voluto essere obbligatorio riferimento politico in campo mondiale, se ne è uscita con un insieme di poche parole che riporto (credo fedelmente): “Occorre che la politica ponga maggiore attenzione al problema dell’ambiente”.

Una sorta di ammissione di colpa, di riconoscimento dell’errore, di constatazione di realtà. Eppure, come ricordava qualche giorno fa il meteorologo Mercalli intervistato al proposito, sono trent’anni che lo diciamo, che ne tratteggiamo le conseguenze, i pericoli, le carenze decisionali di chi deve, il silenzio di chi dovrebbe esprimersi. Il voluto tacere dell’ignoranza colpevole.

Non si era mai visto un fenomeno simile: ore e ore di pioggia con intensità impensabile, decimetri e decimetri di acqua per metro quadro che non hanno trovato opportuna via d’uscita invadendo tutto ciò che hanno incontrato nell’inevitabile percorso verso il livello più basso. E ora, il conteggio di chi non è più tra di noi, di quelli sorpresi nella propria serena quotidianità, il timore che il termine “disperso” assuma il tragico significato di rinvenuto deceduto. Sembra che noi non si sia capaci d’altro.

Pirandello scrive, nella sua commedia “L’uomo dal fiore in bocca” un’immagine di non comune forza quando raffigura le case di Messina davanti al tremendo terremoto di inizio secolo scorso, raffigurandole capaci di darsela a gambe avendo saputo anticipare il drammatico evento che causò la morte di metà della popolazione di Messina e di un terzo di quella di Reggio Calabria. Ma l’uomo dal fiore un bocca non aveva scampo, era ben certo di non averlo e si accontentava di vivere nella vita degli altri i suoi ultimi giorni.

Noi non abbiamo la vita degli altri, e, speriamo, forse una flebile luce di speranza esiste ancora. Possibile che noi non si riesca mai a guardare un po’ oltre la punta del nostro naso? Possibile che si continui a rifugiarsi nell’esempio del passato incapaci di uno sguardo, anche solo fugace, nell’inevitabile futuro che ci attende? Riusciremo una buona volta a immaginare un futuro diverso dalle orme del passato? Ci sarà possibile configurare con certezza le nostre precise colpe cessando di rinvenirle “solo” negli altri?

La nostra mediocrità è l’esatto specchio della mediocrità del rappresentante politico, incapace, lui e noi, di sacrificare qualcosa dell’oggi nella speranza di un futuro migliore. E non si creda che lo si debba a noi stessi: lo dobbiamo a chi è venuto dopo di noi, ai nostri e altrui figli, giovani vite senza colpa che si trovano a dover scontare il peso di un grave “peccato originale”, questo sì vero e tangibile in quanto frutto della nostra propria ignoranza e insipienza e non ricadutoci per tradizione.

Qualche giorno fa, di ritorno da Bologna, ho dovuto arrestare l’auto lungo gli “Stradelli Guelfi” avendo incappato in uno scroscio di pioggia che non mi consentiva la benchè minima visibilità nonostante i tergicristalli alla massima velocità. Solo qualche minuto poi la luce: un anticipo?

(Mauro Magnani)