I fatti accaduti vent’anni fa in quel di Genova occupano le pagine dei quotidiani di questi giorni. Quanto è accaduto in quell’occasione segna una pagina della storia della Repubblica Italiana che non si potrà mai archiviare. Una pagina che deve essere illustrata, spiegata, e portata a mani aperte alle nuove generazioni: fra le tante altre date ed eventi che non possono e non devono essere dimenticati.

Una carica dei carabinieri al G8 di Genova il 20 luglio 2001 (Foto di Ares Ferrari da Wikipedia)

Per l’occasione, il desiderio di sentire un vecchio amico è divenuto pressante: un amico che, da sempre, abita in quel di Genova e lì ha lavorato come sottufficiale dell’Esercito italiano, ai tempi nei quali ci siamo conosciuti in forza al 54° Leoni Di Liguria, caserma Sturla: lui in qualità di sergente maggiore di fresca nomina, io come sergente Auc per quattro mesi di nomina nello stesso reparto.

Mi avvicinò una sera mentre ero di guardia alla porta carrareccia, mi disse che aveva guardato nella mia posizione, scoprendo che avevo una buona conoscenza dell’inglese, lui aveva una nipotina (figlia della sorella maggiore) un po’ in difficoltà, frequentando il primo anno delle superiori, nella lingua inglese e mi chiese la disponibilità di qualche ora di aiuto. Con la schiettezza che in seguito ho sempre apprezzato nel suo carattere mi disse che la famiglia non avrebbe potuto pagarmi. Ricordo come fosse ora il suo sguardo fisso nel mio in attesa di risposta: si stava chiedendo che tipo di persona fossi. Accettai di buon grado e diedi la mia piena disponibilità, nei fuori servizio e che abitassero in presidio.

Giocai la carta del sorriso: “ Non cerco compensi, mi servirà come ripasso, ma ogni volta che ti incontro il caffè lo paghi tu!”. Mi girò le spalle sorridendo fra un belin e un altro belin. “Poi ti dico” e si allontanò. Avevo trovato un amico che dovetti lasciare dopo pochi mesi seguendo le tracce della mia ferma militare. Dopo Genova, non l’ho più visto ma i nostri contatti sono diventati più frequenti con l’arrivo dei cellulari. Un augurio, un saluto, una promessa mai mantenuta. Ora è in pensione e vive ancora a Sturla. La sua Genova.

– Parlo con il maggiore Cisillo?
– Mauro, ma sei ancora al mondo?
– Dopo di te, dopo di te …
– Ma come stai?
– Sai bene, sono una roccia che non teme nulla.
– Ma va ramengo (omissis). Io c’ho il ginocchio sinistro che non mi regge più la sera: vado a spasso solo prima di mezzogiorno.

Ridiamo insieme, come tanti anni fa. Come fosse ieri: il maresciallo maggiore Cisillo e lo S.Ten. Magnani, in forza assente (mai avuta la forza).
– Di, maggiore, come te la passi vent’anni dopo i fatti del G8?
– Giorni di m… . Un ricordo amaro che ti fa star male dentro. Li ho vissuti, quei giorni, che ero già anziano e ora che sono vecchio non posso ancora dimenticarli. Sono cose che ti restano dentro anche se ho avuto la fortuna di vederli solo da lontano. Le discussioni e le chiacchierate con i colleghi delle altre Armi: ti restano dentro!
– … ma non sarà che il tempo cancella un po’ tutto, che …
– Ma va remengo te, bolognese di m… . Cosa vuoi saperne tu!
– Io so solo che il mondo gira sempre così, che ogni volta che spunta il sole ci si aspetta qualcosa di nuovo e alla sera ci si ritrova con le solite scarpe vecchie ai piedi e i calli fanno male!
– Già, i calli. E le scarpe vecchie. Sai che sono loro che ti fanno male, ma con la testa dura che c’hai né te le togli né le cambi. Avessi solo quelle …
– Ue! Maggiore, mi stai diventando filosofo? Accetti un complimento dal tuo superiore di grado?
– Senti me, belin da fiocco, mi hai telefonato per prendermi per ….
– Non mi permetterei mai !

– Se’! Questo e altro. Ma io mi ricordo, sai, mi ricordo, mi ricordo che i colleghi delle altre armi mi dicevano che stavamo a guardare mentre, mentre i picchiatori, che avevano fatto il loro lavoro, se ne erano andati, lasciati scappare, da veri professionisti, via per i vicoli di Prè e di via Del Campo, e del resto del porto: e chi li trova più? Venivano fino dall’Olanda e dalla Scozia. Getta il sasso nello stagno e scappa. Lì restano gli altri, i puri, i fessi, i co … a prendere le botte. Prima in strada poi in caserma. Quelli che urlavano gli slogan riguardo l’emergenza climatica, la dignità nel lavoro di tutti i giorni, la necessità di cambiare i tempi e le modalità della produzione e che occorreva mettere un freno allo strapotere del capitalismo finanziario. Poveri ragazzi, avevano capito tutto e niente. E i grandi del mondo che passavano per le strade dove Berlusconi aveva fatto mettere le piante di limone con i frutti di plastica. Era tutto per finta. Tranne le botte.

– Mi sembri molto amaro: hai messo un po’ di zucchero nel caffè?
– Senti, tenente per sbaglio, perché non vieni qua e ne parliamo a quattr’occhi? A dirmi di persona quello che pensi …
– Ah no, ti rispondo come Trilussa: … me sento troppo debbole pe’ ddiventà sincero!

– Ecco, adesso mi fai pure il romano … Sai per quanto tempo, girando con la divisa per le strade mi sentivo osservato, ammiccato, indicato anche se come militare di fanteria non c’entravo un bel niente? Sai per quanto tempo? E adesso? Sti grandi, dopo vent’anni lì a discutere, come dicono? Come aspetti prioritari, le stesse cose che dicevano i ragazzi di allora che hanno fatto picchiare. Non fate l’onda …
– Lo so. Sono cose che restano dentro. Anche se mi hai sempre detto di aver messo su una bella panza e ce ne dovrebbero stare di cose …
– Senti me! Hai fortuna che mi chiama la Maria e che ti devo lasciare se no …
– Un abbraccio, caro amico.
– Anche a te. Ti richiamo io. Stai bene.
– Curati il ginocchio serale! Ciao, maggiore.

Con la scusa degli appuntamenti serali con la nipote in carenza anglo-sassone, ci siamo frequentati ogni volta che ne avevamo possibilità. E le risate quando ci incontravamo nel piazzale della caserma o nei corridoi degli uffici del comando: mi prendeva sotto braccio e mi portava dal suo furiere che preparava un caffè che più cattivo non si può, e io a raccomandarmi che non importava e lui a dire che ogni promessa è debito. E giù a ridere. Tanti anni fa.

Nelle parole di una telefonata con un vecchio caro amico, un amico che mi ha fatto conoscere Genova, la Genova di allora, parole che ho cercato di riportare esattamente come sono state scambiate, il succo di una vicenda che ha segnato indelebilmente la storia della Nostra Repubblica.

In poche righe la verità dei fatti accaduti, alcuni colpevoli processati e raggiunti dalla giustizia, altri, i veri mandanti, come sempre, coperti da una nebbia fin troppo frequente. Tra altri vent’anni, forse, come sta accadendo per la Strage di Bologna, qualche squarcio tra le nuvole porterà un po’ di chiarezza. I giovani hanno tempo per aspettare: Ma poi, vogliono ancora aspettare? E possono?

(Mauro Magnani)