Cosa c’è di vero nella notizia pubblicata dal “Guardian” (il quotidiano tra i più autorevoli al mondo per le sue inchieste investigative) secondo cui all’inizio del 2016 Putin autorizzò i servizi russi a compiere un’azione di spionaggio e disturbo per sostenere Donald Trump, allora candidato repubblicano alla Casa Bianca contrapposto alla democratica Hillary Clinton?

Il via libera all’operazione sarebbe stato dato nel corso di una sessione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Russia il 22 gennaio 2016.

Non è solo il risultato finale che, inaspettatamente, diede la vittoria a Trump dopo che i sondaggi avevano previsto un buon successo della Clinton a farci ritenere che la notizia del prestigioso giornale inglese, accompagnata da una dettagliata documentazione, sia un’informazione rispondente alla realtà. Da tempo, e già nella campagna elettorale del 2016, circolavano voci e notizie che il candidato repubblicano fosse appoggiato dai russi che lo preferivano alla Casa Bianca non solo perché “mentalmente instabile” al punto tale da generare un’esplosione sociale che avrebbe indebolito gli Stati Uniti, ma soprattutto, per il fatto di essere ricattabile per diversi motivi.

Il primo riguardava una documentazione in possesso del Cremlino di comportamenti sessuali anomali che l’imprenditore edile americano avrebbe tenuto durante le visite in Russia all’inizio degli anni duemila, cosa del tutto probabile in considerazione che la trappola sessuale è un tipico strumento dello spionaggio.

Il secondo riguardava una questione finanziaria di debiti che Trump avrebbe contratto per iniziative imprenditoriali all’estero, debiti che erano stati ripianati con un intervento straordinario di una banca cipriota controllata dai russi. Nel libro “Gli uomini di Putin”, edizioni La nave di Teseo, Catherine Belton (dal 2007 al 2013 corrispondente da Mosca del Financial Times) racconta anche di come Trump sia stato salvato da capitali russi nel suo fallimentare investimento in un casinò a Las Vegas.

Il terzo motivo, che poi è quello originario, riguarda l’ipotesi che Trump in tempi lontani sia divenuto “amico e collaboratore” dei russi, ingaggiato tramite il padre cecoslovacco della sua prima moglie, prima di diventare candidato di successo alla presidenza. In effetti, negli archivi della polizia politica cecoslovacca (StB) c’è un fascicolo dedicato al padre di Ivana, l’architetto Miloš Zelníček, che viene indicato come “confidente”.

Nessuno può essere certo che la documentazione apparsa in Inghilterra grazie al Guardian sia davvero autentica, per quanto sia stata verificata da esperti che l’hanno giudicata attendibile, e non sia stata invece prodotta da altri Servizi nel momento in cui è scoppiata una “guerra tiepida” tra Stati Uniti e Russia sull’attività degli hacker, che già allora avevano rubato la posta elettronica dei democratici.

Ma non possiamo far finta che la notizia non esista.

E che quella destabilizzazione che i russi volevano innescare tramite Trump non abbia avuto un seguito così drammatico da mettere in questione la credibilità degli Stati Uniti: per fare solo un esempio, l’assalto al Campidoglio americano del 6 gennaio 2021, che non trova paragoni in nessuno degli oltre duecento anni precedenti di storia americana.

(Tiziano Conti)