Molti di noi ricordano bene che poco più di venti anni fa udivamo nel cuore della notte, nella nostra terra di Romagna, il rombo degli aerei che volavano per andare a bombardare la Serbia e il Kosovo. Nella primavera del 1999 una guerra fatta di incursioni aeree e poi di truppe di terra della Nato sancì definitivamente l’indipendenza del Kosovo, a grande maggioranza albanese, dalla Serbia, residuo della vecchia ex Jugoslavia.

Addirittura James Blunt, il cantante inglese, allora solo un militare, ricorda quando era un ufficiale a Pristina. Si oppose all’ordine del comando Nato di attaccare le truppe russe, spalleggiato dal generale americano Jackson. “Se avessi detto di sì, probabilmente sarebbe scoppiato un altro conflitto”.

Alle Olimpiadi di Tokyo il piccolo paese balcanico ha vinto due medaglie d’oro, e il merito è di una palestra e del suo grande allenatore. Alle Olimpiadi di Tokyo il Kosovo con 1,8 milioni di abitanti, il 28 luglio è tredicesimo nel medagliere, davanti tra gli altri a Italia e Brasile. Ha vinto solo due medaglie, ma entrambe d’oro, e in uno sport nato a quasi diecimila chilometri di distanza, nel Giappone che ospita queste Olimpiadi: il judo. Due ragazze. Lunedì Nora Gjakova ha battuto la francese Sarah Cysique nella finale del torneo femminile della categoria dei 57 chilogrammi; in semifinale aveva battuto la giapponese Tsukasa Yoshida, tre volte campionessa mondiale e una delle favorite. Tre giorni prima, Distria Krasniqi aveva vinto nella categoria dei 48 chilogrammi, battendo in finale la giapponese Funa Tonaki.

Il Kosovo partecipa a questa edizione dei Giochi soltanto con undici atleti, di cui quattro donne e un uomo nel judo: è finora stato uno dei tre paesi in grado di vincere medaglie d’oro in questa specialità, oltre alla Francia (1) e al Giappone (5), che ha una tradizione di vittorie molto più solida e antica in questa disciplina.

Gjakova e Krasniqi hanno vinto la seconda e la terza medaglia olimpica nella storia del loro paese, dopo quella vinta dalla judoka Majlinda Kelmendi a Rio de Janeiro, nel 2016.

La judoka kosovara Majlinda Kelmendi, medaglia d’oro alle olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016

Della forza del Kosovo nel judo si parla da tempo, già da prima dell’inizio delle Olimpiadi, e tra gli addetti ai lavori, i risultati finora ottenuti da questo paese non sono del tutto sorprendenti. Gran parte del merito è riconosciuto al quarantanovenne allenatore Driton Toni Kuka e alla scuola di judo da lui fondata insieme ai suoi fratelli alla fine della guerra, nel 1999, in un quartiere povero di Peć chiamato Asllan Ceshme e in gran parte distrutto dai bombardamenti. Peć è una città di circa 50 mila abitanti, vicina al confine con il Montenegro, la cui amministrazione ha deciso soltanto in anni recenti di finanziare la ristrutturazione della sala di allenamento della scuola di Kuka (i tappeti erano consumati e il tetto perdeva).

Nel 2019 Kuka affermava che, dell’intero budget annuale di 17 milioni di euro previsto dallo Stato per tutti gli sport, al judo erano stati destinati 250 mila euro; “Abbiamo trasformato i bambini che hanno sofferto per la guerra in campioni del mondo, misurandoci con paesi come Francia, Giappone o Brasile, che hanno migliaia di judoka a disposizione per costruire le loro squadre” ha affermato di recente.

Prima che il Kosovo fosse ammesso a partecipare alle Olimpiadi nel 2016, dopo essere stato riconosciuto dal Cio nel 2014, Kelmendi ricevette molte offerte per competere per diversi paesi. “Sapevamo che quei milioni che ci sono stati offerti non li avremmo mai ricevuti in Kosovo, ma le emozioni che ho provato tra le persone in Kosovo sono qualcosa che il denaro non può comprare”. Pierre De Coubertin avrà sorriso di certo!

(Tiziano Conti)