Nei mesi di luglio e agosto molti bambini imolesi, quelli le cui famiglie non potevano permettersi la villeggiatura, cambiavano aria, andavano “all’estero”: in colonia. I più partivano con il Patronato scolastico; una corriera da via Valverde li portava al mare, a Igea Marina, o in montagna a Scoglio di Castro, vicino a Firenzuola. In tanti sono andati alla colonia Murri di Rivabella di Rimini.

Bambini in colonia

Mandare i figli in colonia era un’abitudine consolidata già dal duce, che fece costruire più di trecento colonie per i giovani balilla e le piccole italiane. Alla colonia estiva spettava il compito di contribuire alla salute fisica e morale dei bambini ma anche al loro inquadramento. Qui avevano luogo le adunate dei figli del  regime che svolgevano attività fisica, si sottoponevano a quotidiani bagni di sole e di disciplina. La colonia elioterapica c’era anche a Imola: i bambini partivano a piedi dal centro e andavano alla scuola all’Aperto, allora ubicata di fianco al parco delle Acque, prendevano il sole, mangiavano sotto gli alberi, imparavano ginniche coreografie per realizzare geometriche figure d’insieme, quelle che piacevano tanto in quegli anni, e verso sera ritornavano a piedi in città.

Dopo la guerra questa tradizione fu ripresa: negli anni Cinquanta e Sessanta andare in colonia per i figli dei lavoratori era quasi un obbligo, perché soldi per la villeggiatura non ce n’erano. Le mamme che avevano vissuto le privazioni della guerra, e ben ricordavano i tanti bambini ammalati di Tbc o rachitici, erano convinte che il mare, il sole e i giochi all’aria jodata fossero di importanza fondamentale per una sana crescita dei loro figli. La spacciavano per una vacanza terapeutica: dai, che ti fa bene!, vedrai che ti diverti! Bisogna ricordare che per le mamme, spesso sole a crescere i loro figli, la colonia era l’unico modo per vivere un breve periodo di libertà. E quindi si andava senza discutere. Anche se non si cantava più “giovinezza” e non si inneggiava ai fasti dell’impero, la colonia manteneva i suoi riti e le sue regole: l’alzabandiera la mattina tutti insieme nel cortile, le passeggiate in fila per due lungo la battigia, il bagno alle undici – in uno scampolo di mare recintato – che durava un quarto d’ora, i giochi sulla spiaggia sorvegliati dalle signorine.

Anch’io ero una bambina che andava in colonia e si faceva ben due turni estivi: quello al mare a Igea Marina e quello ai monti nei nostri Appennini. La mamma preparava la biancheria e il vestiario, il cappellino bianco, cuciva in ogni capo il mio numero, il 68, mi tagliava i capelli, mi faceva le raccomandazioni del caso, mi ricordava di non togliermi mai la maglietta altrimenti mi sarei ustionata le spalle, mi consegnava alcune cartoline postali, quelle gialle già affrancate, eventualmente avessi voluto scriverle due parole o avessi avuto bisogno, sospirava e mi spediva. Ah, finalmente, avrà sussurrato!

La domenica poi c’era la visita di rito dei genitori che partivano presto da casa per passare con i figli qualche ora sulla spiaggia. A sera i bambini si affollavano alla cancellata e li salutavano. Molti piangevano. Io no. E mi chiedevo: perché piangono?, si sta poi bene qui! Mettevo la mano sugli occhi per non vederli piangere perché quella scena mi intristiva: ero pur sempre una bambina sensibile! Il magone mi veniva solo la mattina della partenza, quando la mamma mi accompagnava a prendere la corriera. Nello scendere le scale salutavo la mia gatta e mandavo giù, guardavo la mia bicicletta e mandavo giù, rivolgevo un saluto alla via che mi vedeva trotterellare tutti i giorni e mandavo giù, ma appena arrivavo al piazzale e vedevo tutti quei bambini sconosciuti mi dimenticavo le sensazioni provate poco prima ed ero pronta a nuove avventure. Fossero state anche solo quelle di conoscere facce e nomi nuovi.

A me piaceva la colonia, mi piaceva stare in compagnia, scoprivo le amicizie femminili che a casa non avevo. Fui capace di far di una piaga un rimedio, come si dice. Imparai a giocare sulla sabbia con le biglie di vetro, diventai molto brava e svelta. Ancora adesso, se mi ci metto, faccio i miei mucchietti, tengo l’altra biglia in mano e al volo le acchiappo tutte e posso andare avanti per un’ora senza sbagliare. I miei figli rimangono stupiti di tale maestria. Inoltre la mia mamma, convinta come molte delle mamme di allora che io avessi le scapole troppo alate, riuscì a strappare al direttore un permesso speciale affinché mi fosse concessa, come ginnastica correttiva, la possibilità di remare. Così tutti i giorni con il bagnino uscivo in mare, sul moscone rosso del salvataggio, e imparavo a remare e a tenere diritta la schiena. Come mi piaceva! Non si andava al largo, remavo su e giù vicino alla riva e compivo quella breve distanza molte volte, ma non la vissi come un handicap rispetto agli altri bambini, anzi, la vissi come un modo nuovo per scoprire il mare.

Oltre che con le biglie, noi femmine giocavamo a piastrelle o a bocce, facevamo castelli ornati di conchiglie, pellegrini e curucucù, e con la sabbia bagnata sulla punta delle dita erigevamo alti “pirucchini” come guglie. I maschi realizzavano piste sulla sabbia e gareggiavano con le loro palline, scavavano buche per trovare l’acqua, facevano il vulcano, giocavano a polenta mettendo uno stecco del gelato in cima a una collinetta di sabbia, poi ogni bambino ne portava via un po’ dalla base con il braccio e chi faceva cadere il bacchetto doveva fare la penitenza: “dire, fare, baciare, lettera, testamento”, si diceva allungando la mano ben aperta davanti al penitente che, a occhi chiusi, sceglieva un dito e la propria condanna.

Quando si passeggiava sulla battigia spesso incontravamo altri gruppi di bambini, allora le prime della fila chiedevano in coro a voce alta: di che colonia siete, della fame o della sete? Sì perché, leggenda vuole, che in colonia lesinassero l’acqua, che fosse permesso bere solo in certi orari della giornata e si patisse, quindi, una gran sete. Le fila dei bambini ci passavano a fianco, ci salutavano e ognuno vedeva in quei volti sconosciuti la propria immagine allo specchio.
All’ora della merenda ci mettevamo tutti in cerchio e le inservienti ci passavano una fetta di pane con un filo di cioccolata spalmabile; ogni bambino guardava quella del compagno vicino per controllare la magra dose e alzava presto la mano per chiedere un eventuale bis.

Il momento della giornata che vivevo con un po’ di inquietudine era quello serale, al buio nella camerata, prima di addormentarmi. Una bambina con una certa fantasia aveva il piacere torbido di spaventarci. Ci raccontava storie di strani spiriti, voleva farci credere che di notte ci fossero fantasmi liberi per la colonia che venivano a tirarci i piedi. Ogni tanto nel silenzio sussurrava: uuuhhh, uuuhhh e muoveva le gambe sotto le lenzuola come fosse entrata una folata di vento. Uuuhhh dove siete, adesso vi vengo a prendere! Alcune bambine si impaurivano e mettevano la testa sotto il cuscino e la imploravano di smettere; anch’io mi spaventavo, ma stavo al gioco, sapevo dentro di me che era uno scherzo, un inganno; la mia mamma non mi avrebbe mai mandato in un posto con i fantasmi, e se il gioco era quello di spaventarsi, mi spaventavo: che faccio, non gioco?

Tanti bambini si lamentavano del mangiare scarso, poco buono e sempre uguale, ma probabilmente erano abituati meglio di me. Io mangiavo maccheroni tutti i giorni anche a casa e pensavo che quel pranzo e quella cena da poco, fra tutti quei giochi possibili, fossero il prezzo da pagare.
Con gli anni mi sono resa conto, però, che questo bel ricordo appartiene a me e a pochi altri. Facendo un’indagine semiseria fra i miei coetanei, soprattutto maschi, ho scoperto che per loro l’esperienza della colonia era stata triste, per molti un incubo. Valter e Alberto hanno usato spesso la parola trauma. Claudio ricorda con angoscia il momento del bagno nel sotterraneo della colonia: tantissimi bambini che strillavano perché l’acqua era troppo calda, il vapore dilatava la percezione e le inservienti con una cuffia di plastica trasparente in testa apparivano strani esseri. Claudio andava a letto con il sacchetto delle palline legato al braccio per impedire che gli altri gliele potessero rubare, tanto era un tesoro per lui! Mauro e Franco, invece, hanno vissuto quell’unica estate in colonia come un tale supplizio che gli anni successivi preferirono andare a lavorare; per fortuna furono accontentati e andarono garzoni presso un meccanico di biciclette.

Colonia ai monti

A Scoglio di Castro, invece, i genitori ci mandavano perché faceva fresco, s’ingrassava un po’, che eravamo tutti magrolini, perché con l’aria frizzante si aveva più appetito: la montagna come ricostituente. La colonia era una grande e vecchia villa isolata dal paese, con due caratteristici leoni in pietra ai lati della scalinata.
Mara, che c’è stata negli anni Cinquanta, mi racconta che facevano passeggiate per i sentieri, arrivavano fino alla Fontanina dell’Amore, così la chiamavano, una fonte d’acqua freschissima alla quale riempivano le borracce; oppure andavano fino a Monte Croce. Se invece scendevano verso il paese, passavano davanti a un negozietto piccolissimo, allora si fermavano e compravano dieci lire di magnesia e poi si divertivano a fare la schiuma in bocca e ridevano mostrandola agli altri. Passeggiando, raccoglievano frutti di bosco, si riposavano nelle radure e con lo stelo resistente della piantaggine e delle felci intrecciavamo cestini fatti a gondola per riempirli poi delle fragoline che trovavano. Giocavano nel cortile della colonia attorno alla roccia, allo scoglio che le dava il nome. Mara si ricorda che nella strada di sotto ogni tanto venivano i soldati a fare le esercitazioni, perché lì vicino c’era un campo militare e i bambini si affacciavano incuriositi alla barriera per guardare le manovre.

Le signorine, per passare il tempo e quando erano tutti nel cortile, mettevano su un po’ di musica: Henry Bellafonte con il brano Banana Boat andava per la maggiore e invitavano i bambini a ballare fra loro. Alla fine del turno facevano il saggio: commedie e balletti. Mara addirittura interpretò, danzando e cantando allo stesso tempo, il balletto “la morte del cigno” di Ciajkovskij: una bella velleità. Infatti, a metà del balletto, quando il suo lalalalaaaa cresceva sempre più di tono, lei di colpo, con le sue manine in alto a cerchio e in punta di piedi, abbandonò la scena dicendo agli altri: non ci arrivo più!
Dalla mia indagine semiseria, sembra che Mara e Bruna siano le uniche ad avere un buon ricordo di Scoglio di Castro. Maurizio e altri mi han detto che si annoiavano e che non vedevano l’ora di tornare a casa: la vita che si faceva lì era più spartana rispetto a quella del mare.

Molti dei ragazzini di allora, quando furono giovani studenti, andarono a lavorare in colonia, a fare gli inservienti o gli educatori. Piero mi ha raccontato che cercarono di rendere la vita dei bambini meno pesante e disciplinata, concedendo momenti di autonomia; fecero tentativi di gestione comunitaria abolendo la distinzione dei ruoli fra inservienti e educatori, cercarono di rendere anche il loro lavoro più piacevole organizzando feste che coinvolgevano tutti.
A partire dalla fine degli anni ’70 per le colonie fu il declino. Le presenze diminuirono anche a causa del calo demografico. Negli anni ’80 e ’90 molte colonie vennero chiuse, abbandonate. Oggi alcune di queste strutture sono state recuperate, altre sono scheletri inanimati sulle coste italiane.
Se è vero che nell’arco degli anni ’50 sono nati in Italia quasi undici milioni di bambini, undici milioni di Patrizia, Sabrina, Nicoletta, Nadia, Rossella, Antonella, Maurizio, Mauro, Massimo, Danilo e Roberto che scorrazzavano per le strade, tutti chiassosi e smaniosi, da qualche parte, d’estate, dovevano pur metterli!

Per fare un confronto: negli anni compresi fra il 1977 e il 2002, e sono 25 anni, in Italia sono nati solo cinque milioni bambini. (Roberta Giacometti)

In colonia

Dopo l’uscita dei miei racconti una cara amica, una di quelle donne sempre entusiaste e divertite, mi ha ricordato le canzoni che cantavamo in colonia. Devo quindi aggiungere, alla mia indagine semiseria, la testimonianza di un’altra che, come me, si divertiva in colonia e che conserva ancora  il diario che teneva in quei giorni. Giacinta mi ha passato alcuni testi delle canzoni che cantavamo durante le interminabili passeggiate. Se le ricorda ancora a memoria.

LE CANZONI DELLE COLONIE
Do re mi fa sol la si do
Dododo domani vado a casa
rerere respiro l’aria pura
mimimi mi sento più sicura
fafafa farò quel che mi pare
solsolsol soltanto mi dispiace
lalala lasciar la signorina
sisisi sì la lascerò
dododo domani me ne andrò!

***

Quando sarò a Imola
vedrò la mia mammetta
che alla stazion mi aspetta
mi aspetta alla stazion.
Mamma non piangere che ora son da te
lascia le lacrime e dai un bacio a me,
se gli amici ti diranno
in che luogo siamo stati
siamo stati a Igea per la nostra guarigion!
Addio mare, addio compagnia
se vado via non torno più
ma se ritorno ritorno in primavera
con la bandiera del tricolor!
Se la bandiera è bianca rossa e verde
è un colore che non si perde
se la bandiera è bianca rossa e blu
io in colona non ci torno più!

***

Dai dai dai
Han messo uno steccato fra l’altro sesso
l’amore qui in colonia a noi non è concesso
dai dai dai combiniamo solo guai
le nostre signorine son belle di pittura
ma noi che siam bambine siam belle di natura
dai dai dai combiniamo solo guai
le nostre signorine vanno in aeroplano
per far veder le gambe al popolo italiano
dai dai dai combiniamo tanti guai.

***

Lariciumbalalillallero
Ai gabinetti bisogna far la fila
la signorina ci guarda le orecchie con la pila
lariciumbalalillallero lariciumbalillalà.
In camerata bisogna far silenzio
la signorina ci spia ogni momento
lariciumbalalillallero lariciumbalillalà.
In refettorio bisogna far silenzio
la direttrice che fischia ogni momento
lariciumbalalillallero lariciumbalillalà.
La nostra infermiera porta la panciera
e sotto il suo sorriso nasconde la dentiera
lariciumbalalillallero lariciumbalillalà.

***

I gnocchi
Mi son quela ca fago i gnocchi
ninotti bufotti lamustagotti
mi son quela ca fago i gnocchi
li fago tanto dur.
Li fago tanto duri
ninuri bufuri lamustaguri
li fago tanto duri
che m’hanno fatto mal.
Vado su per far il letto
ninetto bufetto lamustaghetto
vado su per fare il letto
e mi ci sdraio su.
E ciapo la gamba del letto
ninetto bufetto lamustaghetto
e ciapo la gamba del letto
e giù a bastonà.
A furia di bastonare
ninare bufare lamustagare
a furia di bastonare
i gnocchi digerì
i gnocchi digerì.