Una “grana” per motivi politici da parte del judoka algerino che non ha voluto competere con l’atleta israeliano, mettendo davanti a tutto la causa palestinese, non ha offuscato il vessillo olimpico di questi giochi giapponesi appena conclusi che hanno sfidato la pandemia, perché si è valorizzato il senso della solidarietà grazie alle manifestazioni degli atleti che hanno sdoganato vessilli arcobaleno “Lgbt friendly” per i diritti basati sulla sessualità e l’identità di genere, come a dire che lo sport è anche un modo di battersi (e battere i pregiudizi), e di prendersi rivincite grazie ai tre fattori-chiave di successo (gioventù – inclusione – meritocrazia), permettendo di partecipare alle selezioni non per classe sociale, etnia, raccomandazioni o clientelismi e dando vita a volte a splendidi esempi come di quell’italiano oro olimpico figlio di una badante nigeriana.

Spazio anche alle squadre degli atleti rifugiati che hanno gareggiato sotto l’egida del Cio dopo aver trovato scampo da guerre e carestie protetti dalla fiaccola olimpica, che rappresenta anche tutti gli sport di fatica e di nicchia, che proprio grazie a lei hanno da sempre ricevuto le luci della ribalta, visibilità e finanziamenti essenziali e non solo i soliti nazionalismi e marketing rivolti ai top player, ma valori nobili ben più alti e più vicini ai “giochi” che si svolgevano nell’antica Olimpia.

Le Olimpiadi di Tokio si sono svolte nel silenzio, senza spettatori sugli spalti e con eventi collaterali ridotti al minimo quasi a defilarsi da un evento che poteva far esplodere contagi, una “festa” costata sei miliardi di euro rovinata a metà da Covid-19 ma salvata dagli atleti in quanto, in salotto e grazie ai social, gli appassionati non si sono persi un attimo delle gare tanto che per la finale dei 100 metri Rai ha certificato uno share del 46% con quasi 7 milioni di persone incollate ai teleschermi a testimoniare così quanto l’essenza dello sport abbia colmato il vuoto lasciato da cori e applausi di chi i Giochi avrebbe voluto celebrarli come avrebbero meritato, e invece nulla, tutti chiusi nelle rispettive “bolle”, separati da birilli stradali e transenne divisorie.

La paura e i malcontenti imperavano al villaggio olimpico giapponese il 23 luglio nel giorno dell’inaugurazione sobria, senza smancerie e coriandoli, con solo 1.500 tra capi di Stato, membri Cio e addetti ai lavori per i timori delle notizie sui positivi, che in più di 70 lavoravano a stretto contatto con le delegazioni, e col virus che avrebbe potuto diffondersi tra le decine di migliaia di atleti, persone degli staff e giornalisti stranieri, da ciò la dice lunga il raffronto con Rio de Janeiro dove allora la coreografia mosse 1.500 persone, mentre con Tokio non più di sessanta unità; malcontenti inoltre da parte dei titolari di bar e ristoranti che, oltre a non poter servire alcolici dopo le 19 e dover chiudere alle 20, non avrebbero potuto nemmeno contare sull’afflusso del pubblico del resto del Paese e dei turisti che avrebbero dovuto assistere alle gare.

(Giuseppe Vassura)