Tutto da rifare, pover’uomo! Mi sono preso la libertà di impossessarmi di un titolo (leggermente modificato) di un romanzo di Hans Fallada (1932), molto ben riproposto dalla Rai (1960/61) ove Laura Betti e Paolo Poli seguivano e commentavano la vicenda nella straordinaria parte dei cantastorie.

Ecco, anche oggi, non meno di ieri (e sicuramente molto di più nel vicino domani), occorrerebbero un paio di cantastorie per narrarci le nostre miserie. Si, perché se è pur vero che il prezzo destinato ad essere pagato dal popolo afghano ora e in futuro sarà enorme (tanto per cambiare un buon 80% verrà pagato dal popolo femminile!), possiamo essere certi di una conferma: non abbiamo imparato nulla dalla storia del mondo. Il grande valore della libertà, il profondo rispetto per la democrazia, il valore enorme del vivere in un insieme di paritari, il vincolo di rispettare leggi e ordinamenti condivisi non si possono esportare, non possono provenire dal sacrificio di altri: devono essere una conquista condivisa.

Soldati statunitensi durante un’operazione alla ricerca di guerriglieri talebani nel 2003 (Foto staff Sgt. Kyle Davis – U.S. Army, Pubblico dominio, da Wikipedia)

La stessa storia del popolo italiano ci insegna, come un libro aperto, che devi trovare dentro di te la forza e lo stimolo per guadagnarti il profumo della libertà. E nonostante noi si sia iniziato alla fine del medioevo, siamo ancora impegnati in lotte contro un potere religioso che pretende di dettare i propri punti fermi, retaggi di un credo fissato alcuni secoli (se non millenni) fa (punti fissati da uomini come ni!), come, ad esempio le diatribe circa il divorzio, l’aborto e ora l’eutanasia. La stessa cosa nella terra afghana: un certo numero di punti fermi affinché nulla cambi. E così sia.

I nostri errori sono stati macroscopici! Si inizia con il presidente George W. Bush, che inizia una lunga guerra zonale concentrandosi poi solo sull’Iraq, trascurando il piccolo problema di rendere stabile il vicino paese afghano. Non si salva neppure Obama, che prima dichiara l’intenzione di ritirare le truppe, poi ne invia di nuove aumentando gli effettivi (Il vice di allora, Biden, era contrario evidenziando che una guerra in assenza di una precisa strategia non ha senso). Arriva The Donald che firma un trattato con i Talebani fissando un ritiro entro maggio (e Biden sottolinea che in questo modo si lascia ai talebani un vantaggio tattico enorme …). Come di consueto è destinato a bruciarsi le dita l’ultimo della fila che riceve il cerino acceso!

Rivediamo ora, con sfumature diverse (tragiche davvero), le vicende di una Saigon che se la dà a gambe, con l’ambasciatore Usa che salta sull’elicottero con la bandiera sotto braccio: come allora nugoli di persone che tentano la fuga da un destino che ritengono segnato e molti di più, davvero inermi, serrati in casa in attesa di eventi che temono certi. Speriamo non si verifichino rapimenti di ostaggi americani e occidentali (Teheran 1979): sarebbe un bis drammatico.

Oltre queste poche righe che altro non sono se non la cronistoria di un passato e di un recente drammatico evidenziato da costi umani e materiali enormi, per non parlare dei futuri che attendono al popolo afghano, il vuoto di seria strategia umana e di conoscenza di noi stessi. E la certezza che accadrà ancora. E ancora.

(Mauro Magnani)