I più grandi imperi della storia hanno cercato di dominare l’Afghanistan senza successo. Considerato strategico per la sua posizione geografica al centro dell’Asia, questo paese è frammentato al suo interno da impervie catene montuose e da diverse etnie molto spesso in contrasto tra loro. Ci limitiamo in queste breve excursus alla storia moderna (il primo intervento occidentale fu addirittura di Alessandro Magno).

l’impero britannico, nei tentativi fatti durante diversi periodi della sua storia, ottenne solo conquiste parziali e temporanee o qualche trattato vantaggioso. A tale proposito esiste un bel film (tratto da un romanzo di Kipling): “L’uomo che volle farsi re”, diretto da John Huston con i due personaggi protagonisti interpretati da Sean Connery e Michael Caine. La vicenda rende bene la situazione di incertezza e provvisorietà delle vicende belliche e territoriali di fine ‘800, ai tempi della seconda guerra anglo-afghana.

Seconda guerra anglo – afghana (92nd Highlanders at Kandahar di Richard Caton Woodville)

La potenza antagonista degli inglesi in Afghanistan era la Russia: siccome la geopolitica ha le sue leggi quasi immutabili, il vecchio sogno di “bagnare gli stivali delle armate russe nell’Oceano Indiano” cercò di concretizzarsi nella seconda metà del XX secolo, al culmine della forza politica e militare dell’Unione Sovietica.
Con la sua grande influenza aveva creato in Afghanistan dei governi fantoccio, ma specie i tentativi di modernizzare e laicizzare il paese suscitarono una ribellione di numerose etnie (in particolare tra le popolazioni rurali, profondamente legate ai fondamenti della religione musulmana), fomentata da potenze straniere nemiche dell’Urss. Nel 1979 cominciò una massiccia invasione da parte dell’Armata Rossa, ma gli afghani erano molto più esperti nel combattere sul proprio terreno.
Nonostante l’immane sforzo bellico, l’Armata Rossa dovette ritirarsi nel 1989 e quel conflitto (ribattezzato il “Vietnam dei russi”) segnò il definitivo declino della forza militare sovietica.

I film sulla guerra russo-afghana hanno tutti un forte contenuto propagandistico e ideologico, oppure sono semplici film d’azione. Come per il Vietnam, è occorso qualche tempo per rielaborare artisticamente quella vicenda e finalmente nel 2019 è uscito un film russo del regista Pavel Lungin, “Leaving Afghanistan” (dal titolo originale “Fratellanza”) che, pur senza essere un capolavoro, compie una riflessione critica su quel conflitto e in generale sulla guerra. Il film deve ancora giungere in Italia ed è stato fortemente osteggiato in Russia, dove le storie poco patriottiche non sono ben accette.

Gli Stati Uniti aiutarono i guerriglieri che si opponevano ai sovietici secondo il principio: “i nemici dei miei nemici sono miei amici”. Tra loro c’erano un certo Osama bin Laden e i talebani.

Osama Bin Laden

Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 da parte di Al Qaida  non solo i membri della Nato, ma tutti i paesi in buoni rapporti con “l’impero americano” (1) aderirono almeno formalmente a una coalizione internazionale benedetta dall’Onu con il contributo sul campo di 34 eserciti (tra cui quello italiano), rispondendo all’unisono all’inconsolabile grido di vendetta proveniente dagli Usa: l’obiettivo esplicito era Al Qaida, ospitato dalla milizia fondamentalista in quel momento egemone in Afghanistan grazie a una sanguinosa guerra civile: i talebani guidati dal Mullah Omar che nei territori sotto il loro controllo avevano imposto la Shari’a.

Mullah Omar

Tuttavia l’operazione lanciata dal presidente Bush contro il terrorismo internazionale, battezzata “Enduring Freedom”, (primo atto della “dottrina Bush” sulla Guerra Preventiva) venne tradotta dai suoi numerosi critici come “guerra infinita”: era infatti l’inizio di una nuova politica estera aggressiva degli Usa che trovò un seguito quasi immediato nella seconda guerra del Golfo (2).

George W. Bush, Dick Cheney e Dennis Hastert at the 2003 State of the Union

L’obiettivo della coalizione non era però solo un’organizzazione terroristica, ma l’intero Afghanistan. Il pretesto dato in pasto all’opinione pubblica occidentale fu quella di esportare la democrazia in un paese ripiombato in un medio evo fondamentalista, in particolare per le condizioni disumane delle donne simboleggiate dal burqa.

Venne involontariamente in soccorso a questa giustificazione un piccolo film del maestro iraniano Mohsen Makhmalbaf, “Viaggio a Kandahar”, uscito nel 2001, che trattava delle tremende condizioni della popolazione afghana e delle donne sotto il regime talebano. Altro buon film che tratta il medesimo tema è “Osama” del regista afghano Siddik Barmak (3).

All’inizio fu relativamente facile per la coalizione conquistare i principali centri urbani e disperdere le milizie talebane; ma queste erano prevalentemente di etnia pashtun, popolazione insediata anche nel Pakistan occidentale. E fu lì che trovarono rifugio, cioè nel territorio di un paese nominalmente alleato degli Usa il cui presidente -dittatore, il generale Musharraf, era già apparso assai poco convincente a proposito del comportamento dei propri servizi segreti nelle vicende afghane (a partire degli attentati dell’11 settembre).

Proprio in quella regione (come sospettavano ormai in molti, anche non addetti ai lavori) venne localizzato e ucciso nel 2011 Bin Laden dal Saeal Team Syx, corpo d’élite segreto della Marina Usa in collaborazione con la Cia.

L’operazione fu preparata e condotta con la massima segretezza, anche se nel 2011 il Pakistan era passato sotto la guida di una forza decisamente filoccidentale, il Partito Popolare della famiglia Bhutto.

Questa vicenda è molto ben raccontata – grazie alla documentazione non secretata, necessariamente completata da una dose di fantasia – dal film della brava regista Kathryn BigelowZero Dark Thirty” nel 2012 (4).

E l’Afghanistan? Riorganizzatisi dalla batosta iniziale, i talebani ricominciarono pazientemente a conquistare l’aspro territorio montuoso del paese; sotto il controllo della coalizione restarono solo i centri principali. I presidenti Usa che si sono succeduti dopo Bush, da Obama passando per Trump fino a Biden, si resero subito conto del pantano in cui erano finiti; il ritiro militare prese corpo lentamente per poi accelerare fino a diventare una fuga precipitosa che ha innescato l’attuale catastrofe umanitaria. Ci sarebbe piaciuto che le democrazie occidentali e gli italiani in particolare si fossero maggiormente interrogati sulle proprie responsabilità: questo film non avremmo proprio voluto vederlo sui prossimi schermi. Ma siamo ancora in tempo: restiamo coinvolti in una trentina di “missioni di pace” che ogni anno vengono rifinanziate dal Parlamento senza fiatare.

1) Nel 2002, cioè dopo il crollo dell’Urss, venne pubblicato il libro “Impero” di Toni Negri e Michael Hardt, che ebbe notevole successo in quanto fu un po’ superficialmente interpretato da molti come un’analisi della globalizzazione frutto dell’imperialismo vittorioso degli Usa.

2) Sui retroscena della politica estera elaborata dallo staff di Bush si consiglia il documentatissimo film “Vice – L’uomo nell’ombra” di Adam mc Kay sul vicepresidente Dick Cheney, considerato lo stratega di quell’Amministrazione.

3) Non ci pare (per quel che ne sappiamo) che siano usciti finora film significativi dagli Usa sul conflitto afghano. Anche qui occorrerà un po’ di tempo per elaborare la sconfitta… L’unico film che però affronta con una certa profondità piscologica il tema del ritorno dei reduci è “Brothers” di Jim Sheridan.

4) La Bigelow aveva fatto ancora meglio nel 2008 con “The Hurt Locker”, un film sugli sminatori americani in Iraq.

(Roberto Zani)