Già  20 anni fa Andrè Gorz, uno dei più brillanti intellettuali della socialdemocrazia tedesca, coglieva la fragilità che avrebbe messo ai margini la sinistra nel nuovo millennio , quando scriveva  “stiamo uscendo dalla civiltà del lavoro, ma stiamo uscendone passivamente, incapaci di civilizzare il tempo liberato e di fondare una cultura del tempo disponibile “.

Un avverbio e due aggettivi che circoscrivono il fallimento politico e culturale della sinistra attuale .

La contemplazione passiva di quella profonda ingegneria sociale con cui il capitale ha riordinato le forme e i contenuti delle relazioni sociale mediante l’individualizzazione digitale è la caratteristica di questo tempo: un mondo senza attrito sociale dove la modernità è sinonimo di automatismo nei rapporti produttivi. Più dettagliatamente, a focalizzare il perno del dominio tecnologico i due aggettivi che qualificano il governo del tempo- liberato e disponibile- indicano i termini del nuovo scambio fra consumo e produzione.

Uno scambio tutto gestito e organizzato dalla proprietà tecnologica.

Proprio sulla relazione fra tempo liberato e tempo disponibile, nell’evoluzione del lavoro automatico, si gioca il ragionamento che Sergio Bellucci aggiorna con la nuova versione del  libro AI-Work,la digitalizzazione del lavoro (Jaca Book).

Il testo raccoglie e integra contributi di diversi autori, sugli aspetti cardine di questa epoca di automatizzazione del lavoro, legandoli con un saggio introduttivo che mette in vetrina gli snodi di una riflessione che ancora rimane apolide a sinistra.

Il motore dell’analisi di Sergio, che rimane invece un buco nero nel bagaglio culturale della sinistra europea, riguarda proprio la pervasività dei processi tecnologici che dalla fabbrica, nel cinquantennio che abbiamo alle spalle, hanno tracimato in ogni anfratto della vita sociale.

A garanzia e conferma della profondità di questo fenomeno, che non rompe con la natura classica de capitalismo industriale ma ne prolunga il piano programmatico,  viene citato, giustamente, il Gramsci di Americanismo e Fordismo, che intuisce subito, non senza toni già malinconici, l’ allarme per una possibile inadeguatezza dell’impianto culturale dello stesso marxismo rispetto a questo cambio di marcia del sistema industriale con il “capitalismo  cognitivo”  che ridisegna, più che la catena di montaggio, antropologicamente le stesse tappe dell’evoluzione della  stessa specie umana.

La constatazione di Gorz che abbiamo richiamato in apertura, fotografa proprio questa deriva di una sinistra che pur perdendo ogni dimestichezza , e anche gusto intellettuale, a misurarsi con le trasformazioni materiali della produzione, rimane però, appunto passivamente, aggrappata alle forme e ai riti di una rappresentanza del mondo del lavoro che ormai si è dissolto nell’aria, come aveva previsto proprio Carlo Marx .

Potremmo citare la messa in scena di quella paradossale ritualità di fine estate come sono le Feste dell’Unità: un evento nato come spettacolarizzazione di una militanza di combattimento che viveva nella quotidianità in fabbrica la sua centralità, e che oggi appare un’amara pantomima di un mondo che non c’è più, come appunto la testata che viene macabramente celebrata.

Significativo il richiamo nell’introduzione di Bellucci di Paul Romer che spiega l’innovazione come “ il miglioramento delle istruzioni per mescolare le materie prime “.

Si tocca così uno dei punti di discussione che il libro pone senza certo risolverlo, come è naturale: il ruolo dell’informazione. Ancella, per quanto essenziale, o sostitutivo , in termini antagonistici, del processo produttivo ? E’ un dilemma che attraversa tutto il libro, e che viene, come in una staffetta, ripreso e rilanciato dagli altri autori, Arricchendo toni, spunti e suggestioni che rendono il volume un vero CDRom di idee nel gorgo tecnologico.

La spia del carattere eversivo e discontinuo rispetto alla linearità della produzione materiale, il libro lo sintetizza con un passaggio di Post Capitalismo di Paul Mason che libera il potere destrutturante dell’ordine proprietario, ma scompone anche la tradizione manifatturiera della tradizione operaia, del copia-incolla. Questa procedura, apparentemente frivole, che appare iconicamente sulla barra di comando del nostro computer, in realtà è il totem di una visione sociale che nasce proprio per rovesciare ogni primato identitario, ma anche patrimoniale, del copyright, e dunque di una modernizzazione della proprietà terriera. Mason scrive : se puoi copia-incollare un blocco di testo, puoi farlo con una traccia musicale, un film, il progetto di un motore a reazione e il modellino digitale della fabbrica che lo costruirà. Quando puoi copia-incollare qualcosa puoi riprodurlo gratis. In gergo economico ha un costo marginale zero”.

Si rintraccia in questa visione proprio l’origine, l’innesto potremmo dire, di quella deflagrazione che oggi noi identifichiamo nella mitica data del 1989. Un anno che gli anziani associano, ovviamente, alla caduta del muro di Berlino, con la certificazione della fine del modello sovietico, a differenza nelle infinite previsioni sciamaniche sulla ennesima crisi del capitalismo. Mentre l’89 sarà ricordato dagli storici dei prossimi secoli come la svolta data dalla pubblicazione del codice del Web, che ,  nella  marxiana  relazione fra sistemi sociali e modelli di produzione- il mulino ad acqua darà la società feudale il mulino a vapore la società industriale- segna proprio la fase del mulino digitale.

Quale società da questa nuova forma di condivisione del valore e del servizio mediante codici computazionali? Il mercato potrà sopravvivere ad un’insidia che cresce con il numero degli utenti delle piattaforme che sbriciolano la proprietà degli oggetti scambiati salvaguardando solo il dominio sui dati prodotti ?

Proprio la capacità di integrare orizzontalmente,  e alchemicamente, adattare a forme di condivisione, questa miscela sociale instabile indotta dalle tecniche di sostituzione della proprietà, dimostrano come siamo entrati in una marca di capitalismo delle soluzioni, dove il potere è dato non dal controllo dei luoghi o dei meccanismi produttivi ma dall’esclusività nell’elaborazione dei dati comportamentali per rendere irrinunciabile l’offerta ad ogni singolo cliente .

I riferimenti all’open source che punteggiano il libro mostrano quella che poteva essere l’altra faccia della luna, esibendo spietatamente quella battaglia perso sul campo senza nemmeno combattere: l’appropriazione concessa al capitalismo cognitivo delle forme cooperative di creatività e produzione. Una guerra nemmeno percepita, che pure fu dichiarata a metà degli anni 70, con la prima privatizzazione del software da parte di Bill Gates, e poi , difronte alla straordinaria reazione selvaggia del popolo della rete che contrappose la guerriglia dell’open source, la creazione di imperi monopolistici, con IBM e Google come motrici, che ingegnerizzano il cervello collettivo, Il general intellect di marxiana memoria, in uno dei più redditizi e esclusivi sistemi di business. Perché IBM capisce prima della CGIL l’opportunità di adattarsi ad una domanda sociale che muta le gerarchia e i precetti del mercato ? la Domanda di bellucci contiene in nuce l’intero messaggio del libro: dobbiamo dotarci di un pensiero e di pratiche antagonistiche per essere in campo negli snodi che si annunciano con l’intelligenza artificiale.

Oggi siamo invece in uno scenario senza attrito sociale, senza esperienze, pratiche e modelli di negoziazione del calcolo. Siamo al cospetto di un dominio delle interfacce, potremmo definirlo, che deve ridimensionare ogni spazio pubblico, a cominciare perfino di quello di uno stato che pure  rimane un’infrastruttura del mercato, per affermare il primato del titolare della soluzione rispetto ad ogni ente intermedio. In questa trasformazione del pubblico in privato, o meglio in singolarità delle funzioni, apparentemente affidate al controllo di ogni individuo, proprio la procedura democratica formale, la democrazia delegata, che crea un potere sovradimensionato ad ogni soggetto, tale da poter, in ogni momento, proclamare lo stato di emergenza, come lucidamente ci ha spiegato Carl Schmitt, sta la nuova cifra ideologica che consuma i poteri tradizionali, logorando ogni modalità di affiancamento ai giganti privati di entità collettive.

In questo scenario , se dobbiamo indicare un aspetto del libro che ci ha meno convinto, appare più macroscopica la rimozione del fattore C. come Covid 19. Non mi riferisco certo all’aspetto cronachistico, ma alla svolta epocale che il virus sta imponendo.

La pandemia infatti , nella sua processualità sociale, con quella dialettica radicale fra destra libertaria e sinistra sociale, ha introdotto un nesso di relazione fra algoritmi e vaccini che torce la traiettoria che era stata delineata nel ragionamento di Bellucci sulle trasformazioni del lavoro cognitivo. La tecnologia diventa , come scriveva Foucoult nella sue lezioni sulla medicina, alla fine degli anni 70, bio potere.

Il sapere, declinandosi con le soluzioni delle interfacce, che guidano e programmano i comportamenti quotidiani, e con i farmaci, per dominare l’emergenza sociale, creando mercato dell’eccezione, si stacca da ogni controllo pubblico e diventa , fin nella fase del suo concepimento, modello alternativo allo stato, luogo di potere diretto, esplicito e permanente, delle elites cognitive.

L’eclettismo della CGIL sul nodo dell’obbligatorietà dei vaccini, che vede strumentalmente la Confindustria protagonista, ci dice quanto sia rimasta anche su questo nuovo tema ferma la sinistra. Se oggi il baricentro del conflitto sociale potenziale riguarda la responsabilità pubblica nella pianificazione di codici sociali del tutto inediti, dove il distanziamento e la virtualizzazione nelle relazione stanno offrendo nuovo spazio ad un ulteriore radicalizzazione del capitalismo delle soluzioni, diventa una diserzione inaccettabile la distrazione di parte della sinistra che prende a civettare con il libertarismo della singolarita reazionaria.

Come contro il terrorismo, la scelta opposta al trasversalismo del ne con lo stato ne con le BR, bloccò l’ambizione del sovversivismo dei ceti dirigenti, per dirla ancora con Gramsci, oggi la ricostruzione di una responsabilità collettiva, il vincolo permanente di una socialità che condizioni e determini scelte e comportamenti, diventa una trincea che supporta anche la conflittualità nei confronti dei padroni degli algoritmi . Come diceva un grande pedagogo della prima parte dell’800, Jean Battiste Henry ,: fra due soggetti diseguali la libertà opprime la legge libera”. E con vaccini e algoritmi siamo sempre diseguali.

(Michele Mezza)