Giro girotondo,
casca il mondo,
casca la terra,
tutti giù per terra!
(Filastrocca)

Nel settantesimo anniversario della bomba su Hiroshima, mentre a Kabul le bambine festeggiano il ritorno dei talebani e l’ IPPC , l’organismo dell’ONU che studia i cambiamenti climatici, ci consola delle nostre pene annunciando che siamo prossimi a distruggere il Creato, le anime belle di casa nostra insorgono contro la crudele persecuzione del green pass.

Bisogna capirle.

Fior di opinionisti sostengono che il rifiuto di vaccinarsi sia colpa nostra, che non ne comunichiamo l’importanza nel modo giusto.

Che non si sa peraltro quale sia.

Visto che di ignavi incapaci di occuparsi del prossimo, quando questa cura comporti un minimo incomodo, ce ne sono un po’ ovunque.

Malgrado si provi a farli ragionare in tutti i modi e in tutti gli idiomi del mondo.

E poi, cosa gli spiego al cretino (istruito) che in autostrada mi è sfrecciato davanti da sinistra a destra per poi sorpassare la fila sulla corsia di emergenza?

Come glielo dico?

Piano, forte, dolce, salato?

Siamo noi che non troviamo le parole giuste o sono loro che non capiscono?

Confortati da uno Stato che tollera gli assembramenti, vezzeggiati da politicanti di bassa lega.

Forse non è ancora chiaro che la banda di sbandati fomentata da banditi che occupa in spregio alla prudenza le nostre piazze schernendo le persone colpevoli di decenza civile non è vittima bensì carnefice.

Siamo noi la parte lesa, ostaggio delle loro licenze, esposti alle conseguenze dei loro abusi, privati delle cure di altre malattie in ospedali espropriati dai non vaccinati.

Il timore di vaccinarsi si può ( fino a un certo punto) capire.

Anche se poi sui cartelli scrivono “ Non ho paura di morire”.

La paura è un sentimento importante.

Guarda anche sottoterra, vede anche quello che non c’è.

Ma in quelle manifestazioni non c’è la paura che chiede conforto, il dubbio che anela al chiarimento.

Le tesi sono perentorie, le parole sono aggressive.

Non si appagano del rifiuto a vaccinarsi, che dovrebbe bastare da solo a dissolvere le paure, si spingono fino al ripudio della mascherina, del distanziamento, dell’idea stessa di limite.

L’autodifesa ha il volto della prevaricazione.

Una somma di emozioni individuali diventa ideologia collettiva.

Antiscientifica, antisolidale.

Libera dai vincoli di comunità e prigioniera dei propri pregiudizi.

Monadi alla deriva in un deserto di senso.

Espressione di un’umanità turbata da questo frastornante inizio di millennio.

Nel quale chiediamo alla scienza certezze impossibili e paradossalmente ne diffidiamo come nei secoli bui.

Diceva Rita Levi Montalcini che allo sviluppo di altissime capacità cognitive non ha corrisposto una evoluzione emotiva.

Si è così prodotta una asimmetria che distorce il significato delle cose e confonde le scelte da compiere.

Quando quel che serve è, invece, una ricomposizione fra ragione ed emozione, fra tecnica e uomo, in vista della sfida che ci sovrasta: fermare l’inerzia degenerativa del cambiamento climatico.

Senza di ché i nostri figli non conosceranno nè pace nè libertà, e men che meno giustizia e benessere.

Bisogna rifuggire l’idea che possediamo già tutte le risposte, che basti volere per potere, spingendo a tempo debito un pulsante.

È la paralizzante illusione che ha portato al ripudio della prevenzione, al ritardo nell’adattamento, alla affannosa rincorsa di politiche risarcitorie di incerta efficacia.

Dallo scioglimento dei ghiacci alle desertificazioni non sarà possibile rimettere il dentifricio dentro il tubetto.

Mai più.

Leggi gli stralci del rapporto Nomisma sullo stoccaggio della CO2 e ti trovi proiettato, in modo professionalmente ineccepibile, in un tempo sospeso.

Quando invece il futuro non può attendere.

Perché il diagramma del mondo che abbaiamo davanti “ oscilla fra l’invivibile e l’inospitale.

In un bell’articolo sul Corriere Federico Fubini evidenzia le difficoltà della transizione ecologica.

Parte della popolazione rischia di essere esclusa e impoverita dalla riorganizzazione dei modi di vivere e consumare.

Lungi dal trattenerci, questa consapevolezza ci deve invece spronare.

A mettere al bando le esitazioni, i rinvii, i sotterfugi di chi ridipinge di verde le azioni e i pensieri di sempre.

Per non trovarci il problema ingigantito due metri più in là.

Quella di procrastinare i tempi e di diluire gli interventi per tutelare i soggetti più fragili è una falsa sollecitudine.

I deboli sono sempre i primi a pagare ma il prezzo di un surriscaldamento incontrollato è il più alto di tutti.

Servirà un grande processo tecnico per alzare la soglia dell’efficienza ecologica.

Una cultura che lo orienti.

Istituzioni che lo governino.

Il progresso, se ci sarà, verrà ancora una volta dalla scienza.

La fiducia nelle sue capacità è anche coscienza dei suoi limiti.

Le dobbiamo chiedere non solo di aprire le porte del non conosciuto ma di impedire che da quelle porte entri il non desiderato.

Le dobbiamo chiedere tutto quello che può dare e solo quello che può dare.

Perché senza la scienza la filosofia è vuota, ha scritto Kant, ma senza la filosofia la scienza è cieca.

I numeri sono lì a testimoniare un pericolo incombente ma non bastano a dire dell’importanza della questione ambientale.

Mettono paura ma la paura non arriva al cuore, non suscita in noi il sentimento della “giusta battaglia”.

Che ci viene dal valore che attribuiamo alla Terra e alla vita su di essa.

Quell’amore che trovi nelle immagini della Laudato sii: “il grande libro del Creato”, “preservare e far bella la casa”….

La meraviglia del mondo, che sia opera di Dio o pura materia.

Ha scritto Gunter Anders: “l’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttare via tratta anche se stessa come un’umanità da buttare via”.

La cultura dell’Homo Economicus ha assunto un tratto nichilista e non quel “rispetto” che Kant pone a fondamento della legge morale.

Il vero, il bello, il buono sono le tre grandi stelle che devono risplendere nel firmamento dell’Homo Sapiens.

La brevità dei cicli politici spesso scoraggia le scelte destinate a produrre benefici differiti, dissuade dal piantare alberi di cui i governanti non coglieranno i frutti.

Ma il tempo precipita, il rapporto fra le azioni e le loro conseguenze si misura in anni e non più in decenni.

La politica deve impadronirsi della capacità di decidere dove andare e come andarci, deve sollevare la testa dall’immediatezza degli interessi percepiti per tutelare chi non ha voce, e voto.

Bisogna cominciare, dappertutto e subito, “convocare la Terra da oriente ad occidente”, come fece il Signore in occasione del diluvio universale.

Per arrivare all’alba non vi è altra via che la notte.

(Guido Tampieri)