Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Michele Bulgarelli, segretario Fiom Bologna sul tema delle morti in fabbrica

La banalità del male: l’inaccettabile, ma al tempo stesso continua strage nei luoghi di lavoro. 3 morti sul lavoro ogni giorno, sono 942 quelli registrati al 29 Agosto 2021 dall’ “Osservatorio Indipendente di Bologna sui morti sul lavoro”[1]. Si muore ovunque, anche a Bologna e in Emilia Romagna. Oggi siamo ai cancelli della Sa-Tam di Monteveglio, piccola azienda artigiana dove la settimana scorsa ha perso la vita un elettricista dipendente di una ditta esterna.

Non rassicura che gli incidenti mortali si concentrino nelle “periferie” del mondo del lavoro, dove il rispetto dei diritti è meno garantito, dove si annida il lavoro grigio e irregolare. Appalti, subappalti, false cooperative, piccolissime imprese e partite iva sono la nuova frontiera di una precarietà che aumenta il rischio anche di perdere la vita lavorando.

Di fronte a tutto questo, cosa fa il movimento dei lavoratori?

C’è innanzitutto la piattaforma nazionale di CGIL CISL UIL sull’emergenza sicurezza sul lavoro: richieste chiare e precise al Governo che devono trovare subito una risposta.

C’è poi l’impegno dei metalmeccanici di Bologna, dei loro delegati e del loro sindacato a mettere a fuoco una strategia, anche contrattuale, nelle imprese per ridare attenzione e centralità alla salute e sicurezza, per realizzare occasioni di ascolto, formazione e costruzione di una cultura condivisa e diffusa.

Abbiamo però bisogno che a questo impegno si affianchi una mobilitazione diffusa delle lavoratrici e dei lavoratori, perché il Sindacato è innanzitutto il diritto di tutte e tutti ad organizzarsi per avere rispetto, dignità, avere un salario dignitoso e un luogo di lavoro sicuro. La cultura della sicurezza non la porta il funzionario sindacale nell’ora di assemblea, non la realizzano i delegati RLS e RSU da soli, serve una maggiore consapevolezza e anche maggiore coraggio da parte di tutte e tutti.

Abbiamo da fronteggiare un male profondo del nostro Paese. C’è un filo nero che parte dagli industriali (che nel pieno della pandemia pretendevano la riapertura generalizzata delle aziende mettendo il profitto davanti alla vita delle persone), passa dai “porti chiusi” e dal Mediterraneo, diventato il più grande cimitero a cielo aperto del pianeta, e arriva fino ai capannoni e ai piazzali della logistica di una qualsiasi zona industriale di provincia dove i lavoratori lottano contro i licenziamenti e per un futuro dignitoso.

Alla rassegnazione dobbiamo rispondere con un nuovo protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori consapevoli che non abbiamo nulla da perdere e che, come dicevamo a Genova vent’anni fa, un altro mondo è possibile e necessario. Un mondo in cui prenderci cura del nostro Pianeta partendo dalla cura di tutte e tutti coloro che per vivere hanno bisogno di lavorare. Stay Strong.

[1] https://cadutisullavoro.blogspot.com/