Sono in piedi di fronte ad un tavolo, la comanda in una mano e la penna, nell’altra, che tamburella leggermente sulla carta gialla. Il caldo sarà insopportabile, ma il cercare di attirare l’attenzione di un gruppo di signore in vacanza, mentre hai altri dieci tavoli da servire, lo è ancora di più. Una moretta dolce e apologetica, l’unica che mi nota e mi aiuta nell’ingrato compito, mi dice in tono di scuse che in questo lavoro devo portare pazienza.

“Il mio lavoro È portare pazienza.”

Le dico sorridendo. Grasse risate tra noi due. Lei pensa che io stia scherzando.

Faccio il cameriere al mare da poco più di un mese, non penso di sapere tutto ciò che c’è da sapere sul lavoro, ma penso almeno di averne capito un minimo. Senza dire nulla di nuovo: chi lavora nell’industria del servizio è costretto a subire, quasi quotidianamente, mancanze di rispetto da un vario range di clienti indifferenti e a cui farebbe bene una buona dose di empatia in supposta. Se poi aggiungiamo che, nel mio caso particolare, il servizio è pensato per una clientela in ferie dai più disparati lavori, anche essi spezzaschiena e alienanti, la situazione si complica. La gente è in vacanza e non ha tempo da perdere, il che è contradditorio ma comprensibile nella società di oggi. L’empatia di un individuo in vacanza è ai minimi storici: non è importante come sia messo il servizio, basta che tu gli serva il risotto entro quindici minuti. In questo climax di arroganza, l’apice si raggiunge quando il suddetto individuo viene da un lavoro che lo pone in una posizione di comando e superiorità. Ciò non lo aliena solamente dal suo tempo, ma generalmente anche dai lavoratori che stanno più in basso sulla scala del potere. Smettono di essere persone e diventano mezzi. Si abitua a circondarsi di persone che lo trattano con estrema riverenza. La scorsa domenica a pranzo, che è uno dei servizi più frenetici e stancanti della settimana, ho avuto un incontro ravvicinato con un personaggio del genere.

Entra in scena il comandate della finanza R. inseguito dall’aura di spocchia che lo contraddistingue ovunque. Lo avevo già bollato come irrispettoso la sera prima, perciò non avevo intenzione di servirlo personalmente. Volevo infatti giocarmi la carta jolly “servi tu questo tavolo” con una collega (me ne erano rimaste due quella settimana), ma non ho potuto ignorarlo quando è entrato in sala in slippino blu, tronfio, a passo pesante e completamente bagnato, dalla testa ai piedi. Stava già formando una pozza d’acqua sotto di lui che avrei dovuto pulire al più presto, fermando tutto quello che stavo facendo. Va bene che siamo in un bagno al mare, ma non penso di dovervi spiegare il problema di portare sabbia e acqua in grandi quantità in giro per la sala, con tutti i bambini che corrono in giro e i camerieri pieni di piatti fin sopra alla testa.

“Mi scusi, potrebbe andare ad asciugarsi per piacere? Non si entra in sala bagnati.”

Ho detto con calma e rimanendo professionale, nonostante un pizzico di soddisfazione.

“E questa regola quando l’avete scritta?”

Niente, come se fosse stato a casa sua. Mi ha riso in faccia e ha spostato la sedia, facendo per sedersi.

“Non è questione di aver scritto nulla, ma di buon senso ed educazione. Vai ad asciugarti per favore e poi ti serviamo.”

Ero così furioso che mi è caduto il lei. Ma neanche lui scherzava, potrei giurare di aver visto due esplosioni nucleari brillargli per un attimo negli occhi. Evidentemente non era abituato che qualcuno gli facesse notare la sua maleducazione. Alla fine, per fortuna, è intervenuta la moglie, dicendogli che il cameriere ha ragione e di andarsi ad asciugare e anche in fretta mi raccomando che tesoro ho fame. In seguito mi sono preso sia le congratulazioni dei miei colleghi che la strigliata dal capo, “lo sai chi è quello lì?”. Mi sono preso la strigliata a testa alta, devo ammettere.

Il punto di questa storiella è che chi lavora in questa industria deve sopportare le umiliazioni dei clienti, oltre alle personali vicissitudini della vita, con una faccia che non corrisponde al proprio umore, specie se sei giovane. Spesso ci si aspetta dai giovani che dimostrino di avere superato una sorta di gavetta della vita. Di sopportare le angherie di chi “da queste cose ci sono passato anche io”, in silenzio e a testa bassa, “che poi ti fai le ossa”. Tutto ciò è incredibilmente alienante. Tutto ciò porta a diventare poi più anziani e più frustrati, a pretendere dai giovani di domani di affrontare le stesse cose che si sono subite un tempo. Spezziamo la catena, pretendiamo il rispetto, diamo rispetto, a parte in quelle occasioni in cui ci viene tolto.

Alla fine l’ho servito, il comandate R, con un sorriso in faccia come avrei fatto con qualsiasi altro cliente, anche se credo che questo deve avergli bruciato molto perché da quel momento mi risponde solo a grugniti. Non è mancanza di professionalità, è pretesa di una condizione migliore.

(Lettera firmata)