L’ultimo film di Paolo Sorrentino, presentato al Festival del Cinema di Venezia, è una tela composta da ricordi. Il regista si destreggia tra i diversi fili che formano la trama della pellicola. La prima parte sfiora la perfezione: le immagini, i personaggi ed i suoni sono coinvolgenti e studiati al dettaglio e proposti in una combinazione di brio e contemplazione; nella seconda parte purtroppo il ritmo cala e le scene risultano non sempre collegate tra loro.

Un’immagine del film “È stata la mano di Dio” (Foto tratta dal sito della Biennale di Venezia)

Il lungometraggio, molto applaudito alla prima, non si preoccupa di nascondere una forte vena autobiografica. La storia accompagna Fabietto, giovane ragazzo napoletano curioso e solitario, a una maturità forzata. Il rapporto coi genitori, il confronto tra fratelli, i pranzi dai parenti a base di bufala, frutta e risate, la passione per il Napoli e la frenesia per l’ipotetico arrivo di Maradona, che si trasmette in euforia una volta ufficializzato, si intrecciano morbidamente fino al punto di svolta, dove il protagonista si trova ad affrontare uno spietato lutto. Le sequenze che descrivono il trauma sono strazianti: la lentezza con cui vengono descritti gli attimi unita all’espressività degli attori, emoziona profondamente. Viene inaugura quindi una sezione dedicata al pianto, in cui Sorrentino ragiona sull’elaborazione di una perdita e sul senso d’abbandono, per poi sfociare nell’angoscia di trovare la propria strada.

Il film risulta una sorgente di ricordi, evidente nel tocco tenero e sincero delle scene. La fotografia è calda ed affettuosa e descrive la passione e l’ilarità tipica napoletana, con apice nel pranzo di famiglia realizzato magnificamente. La sceneggiatura è incalzante ed entusiasmante ed i cosiddetti tocchi “alla Sorrentino” non risultano pesanti e fuori luogo ma anzi concedono attimi di riflessione personale. Anche il cinema trova spazio all’interno della pellicola: si riscontrano, infatti, omaggi (ormai consueti nel cinema del regista napoletano) al maestro Fellini e viene approfondito anche un discorso meta-cinematografico attraverso il dialogo tra il protagonista e un importante regista dei nostri tempi che tanto ama la città partenopea. Napoli appunto, come Roma ne “La grande Bellezza”, non si limita ad essere teatro degli eventi ma con la bellezza dei suoi “mille colori” si impone quale seconda protagonista.

“È stata la mano di Dio” è un film completo, che cura i dettagli di una storia intensa e ben realizzata. Vent’anni dopo il suo esordio a Venezia con “L’Uomo in più”, per la prima volta in concorso per il Leone d’Oro, Paolo Sorrentino potrebbe trionfare anche in laguna.

(Leonardo Ricci Lucchi)