Imola. Il viaggio nel sisma del Centro Italia continua salendo da Norcia alla piana di Castelluccio di Norcia. Con l’aumentare della quota il paesaggio diventa sempre più maestoso e selvaggio, un brandello di Alpi scivolato nel cuore dell’Italia. Qua il terremoto sembra non essere arrivato, tutto è di un verde intenso primordiale. Ma basta salire di poco per rivedere la devastazione del sisma che ci eravamo lasciati alle spalle. A poche centinaia di metri dal passo che apre alla piana di Castelluccio, le rovine del Rifugio Perugia accolgono i viaggiatori. Sono rovine strane. Il corpo centrale dell’edificio è apparentemente intatto, solo un’ala dell’edificio a forma di abside è crollata. L’effetto visivo tuttavia è impressionante. Il tetto è intatto ma non ci sono più i muri che lo sorreggono. Spariti, inghiottiti dalla terra. Immancabile, alle spalle del vecchio edificio inagibile, la casetta di legno in cui le attività della baita continuano in qualche modo.

Poco più avanti si apre la piana di Castelluccio. Non è il periodo delle fioriture ma la bellezza di questo altopiano è qualcosa di unico. Davanti a questa visione si prova un senso di inarrestabile grandezza, di luoghi plasmati da forze troppo grandi per essere comprese dall’Uomo. Lo sguardo si perde su una verde distesa contornata da montagne imponenti. Un cartello spiega che quello è il fondo di un antico lago svanito da tempo. Al centro della piana, come a fare da guardiana a tutta quella immensità, svetta Castelluccio di Norcia. O sarebbe più corretto dire svettava.

Castelluccio di Norcia infatti non esiste più. Le macerie delle case crollate sono state portate via e del piccolo borgo non rimane che qualche brandello. Un solo edificio è ancora in piedi e funzionante. La collina sul quale sorgeva sembra uno di quegli antichi scavi archeologici in cui i muri sono alti pochi centimetri. Gli abitanti di Castelluccio sono tutti scesi a valle. “La mia casa è crollata” ci dice un venditore ambulante di lenticchie “vengo su solo durante il periodo della raccolta e d’Estate per vendere qualcosa ai turisti. Quando vengo su dormo nella roulotte che ho sistemato nel parcheggio coperto sopravvissuto al sisma”. Eccolo un altro “resistente” del sisma. Per loro la vita è sempre stata dura, ora lo è ancora di più. Al venditore di lenticchie si uniscono poco dopo altri due anziani del posto. Chiedo che cosa ne pensano di quel sisma. La risposta che danno mi spiazza, non me la aspettavo. “Eccolo là il sisma” dice il venditore di lenticchie indicando il Monte Vettore imponente davanti a noi.

Il Monte Vettore è uno dei luoghi più magici della catena Appenninica. Basta pensare alle tante leggende che già dall’epoca preromana si raccontano sulla sua vetta (e sul lago di Pilato ai suoi piedi) per capire la magia che da sempre circonda il luogo. Guardando Castelluccio di Norcia da Ovest, i resti del piccolo borgo sembrano una piccola roccia staccatasi da quel monte imponente che chiude l’orizzonte. E’ il nostro Monte Olimpo italiano, la cima spesso coperta da nuvole anche nei giorni di sole. Le sue ripide pendici sono brulle e spoglie, senza neppure un albero, venate da profondi canaloni chiari che si alternano alle radure erbose. Con i suoi 2.476 di altezza è una delle vette più alte dell’Appennino. Ripenso all’accusa del venditore di lenticchie. Mi sembra di vederlo il monte Vettore, una divinità arrabbiata che compie un piccolo passo su quell’altopiano e genera un terremoto devastante.

Questa sensazione non è del tutto sbagliata. L’indomani infatti decidiamo di conquistare la cima del Vettore, di affrontare quel gigante che con il suo risveglio ha generato tanta distruzione nel raggio di centinaia di chilometri. Sul monte Vettore infatti il sisma è più evidente che mai. La potenza sprigionata da quel terremoto è stata così elevata che la roccia si è aperta, si è creata un’immensa faglia che attraversa tutto il monte. E’ uno spettacolo impressionante quella spaccatura che da lontano indicava il venditore di lenticchie. Quel 30 ottobre del 2016 il monte Vettore è letteralmente saltato sulla piana di Castelluccio urlando di rabbia. C’è un video amatoriale su Youtube (LINK), girato da un gruppo di cacciatori, che mostra senza filtri la potenza devastatrice del Vettore. Non ci sono parole in grado di raccontare con altrettanta chiarezza quale sia stata la forza distruttiva generata quella mattina. Migliaia di vite cambiate per sempre in pochi secondi.

Arrivati in cima al Vettore c’è un’altra cosa che mi colpisce. La croce, segno imprescindibile di ogni vetta italiana, è crollata. Giace arrotolata a terra, dimenticata. Anche questo mi sembra un segno delle forze ancestrali che si sprigionano lungo i fianchi di questa montagna. Sembra quasi che un’antica forza pagana (la Sibilla forse?) abbia cercato con il sisma di scrollarsi di dosso quella ingombrante presenza cristiana. Stiamo del resto parlando del monte che racchiude al suo interno la perduta grotta della Sibilla, meta dei cavalieri medioevali che arrivavano da tutta Europa alla ricerca dell’antica Sibilla Appenninica. Una fata buona ma irascibile.

Il panorama dalla cima del monte Vettore è all’altezza dell’alone di magia che circonda i racconti di queste terre. Ci si sente come al centro di un maestoso anfiteatro naturale in cui lo spettacolo invece che sul palco è sugli spalti. La magia del luogo rimane intatta nonostante sia una bella giornata di agosto, manchino le famose foschie che aiutano a scorgere le fate e la cima sia letteralmente invasa da migliaia di turisti. Del resto è l’Estate dell’emergenza Covid 2020, molti italiani hanno scelto (forse) per la prima volta nella loro vita di scoprire le bellezze del loro Paese. La folla che cerca di raggiungere la cima è talmente numerosa che è stato necessario l’intervento delle guardie ecologiche per regolare e controllare gli accessi al sentiero che porta alla cima.

Tuttavia neanche la folla riesce ad offuscare lo splendore di queste montagne della Sibilla. Sono convinto che sarà la bellezza a salvare queste terre distrutte e ferite a morte. Saranno questi paesaggi a farci tornare in sintonia con quelle forze magiche che forse abbiamo colpevolmente trascurato. Insieme alla tenacia dei suoi tanti abitanti “resistenti”. Il turismo per queste terre sarà la linfa vitale necessaria per fare ripartire la ricostruzione. Visitiamo queste terre, mangiamone le eccellenze enogastronomiche, troviamo un posto in cui dormire anche se non sarà semplice visti i tanti alberghi crollati e mai ricostruiti. La maggior parte delle strutture ricettive è crollata, ma l’accoglienza del luogo si è organizzata in qualche modo e le soluzioni proposte sono più autentiche dei tanti alberghi anonimi a cui siamo abituati.

Con queste riflessioni nel cuore e la sera che avanza, è arrivato il tempo di scendere a valle. Una nebbia arriva a salutarci e a restituire a questa vetta il suo manto di mistero. Il viaggio continua, è giunta l’ora di lasciarsi alle spalle i Sibillini e l’Umbria e di scendere nella valle del Tronto, divisa tra le Marche e il Lazio. Una discesa ad un mondo completamente diverso, nell’area forse maggiormente colpita da quel terremoto e dimenticata dalla cronaca. Qui interi paesi sono spariti (per sempre?) dalla geografia del nostro Paese. La prossima tappa del viaggio nelle aree del sisma del Centro Italia sarà una ricerca dei loro echi perduti.

(Denis Grasso)

LINK alla prima tappa del viaggio nelle aree del sisma del Centro Italia, Norcia