Venezia. Quando manca poco alla proclamazione dei vincitori della 78^ mostra d’arte cinematografica della biennale di Venezia, ecco alcune informazioni sui film italiani in concorso nella sezione principale. Si tratta di 5 pellicole: “E’ stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, “Il buco” di Michelangelo Frammartino, “Qui rido io” di Mario Martone, “Freaks out” di Gabriele Mainetti e “America Latina” dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo.

La scelta dei selezionatori di Venezia è caduta su pellicole molto diverse tra loro. Dal cinema personale dei fratelli D’Innocenzo con la loro “visione laterale” sulla realtà, al respiro internazionale dove si mescolano sentimenti ed effetti speciali di Mainetti, al nuovo “Amarcord” di Sorrentino, al grande affresco napoletano d’epoca di Martone, con la storia di Eduardo Scarpetta, allo stile poetico e documentaristico di Frammartino ambientato nella Calabria del parco del Pollino.

Con “America Latina” i registi gemelli D’Innocenzo scelgono un cinema personale che si ama o si odia. La dichiarazione di intenti è infatti proprio questa:“Vogliamo farci odiare!”. Lo stile visivo diventa preponderante in questo film di interni, in particolare il riflesso del doppio che rispecchia l’ambiguità del protagonista, tra illusione e realtà. Un mite dentista sposato e padre di due figlie, interpretato da Elio Germano, in cantina trova qualcosa che cambierà la sua percezione della vita.

“Freaks out” è stato finalmente proiettato, dopo un lungo periodo in stand by, il film di Gabriele Mainetti conosciuto al pubblico per “Lo chiamavano Jeeg Robot”, ha visto la prima in sala a Venezia, dopo un lungo periodo di gestazione. E’ un film che può avere respiro internazionale e guarda all’industria cinematografica per la grande narrazione e la grande fantasia. Il punto di riferimento è Steven Spielberg: i nazisti sono i cattivi e gli eroi sono personaggi da circo dotati, loro malgrado, di superpoteri. I protagonisti sono Matilde, Cencio, Fulvio e Mario, che vivono come fratelli nel circo di Israel. Quando quest’ultimo scompare misteriosamente, forse in fuga o forse catturato dai nazisti, i quattro “fenomeni da baraccone” restano soli nella città occupata. Qualcuno però ha messo gli occhi su di loro, con un piano che potrebbe cambiare i loro destini… e il corso della Storia. Emozioni, carri armati e fucili, un cattivo che diventa protagonista: un connubio tipico delle storie hollywoodiane. E’ sicuramente una scossa che non ci si aspetta dal cinema italiano. Potrà avere successo in sala. Il ricco cast comprende, oltre agli italiani Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Aurora Giovinazzo, Giancarlo Martini e Giorgio Tirabassi, il bravo attore tedesco Franz Rogowski, che interpreta il “villain”, direttore del circo nazista.

Nella foto Filippo Scotti. Fotografo: Gianni Fiorito.

“E’ stata la mano di Dio”, caso o potere semidivino di Maradona? L’amore e la sofferenza mischiati nell’adolescenza dello stesso Sorrentino. La storia infatti è dolorosamente autobiografica. Protagonista è Fabietto, un giovane la cui esistenza, negli anni ’80, viene cambiata dall’arrivo di Maradona al Napoli e da un grave incidente che affliggerà la sua famiglia. Il cast include Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo e Renato Carpentieri. Ad una iniziale rappresentazione pirotecnica di una Napoli gaudente della buona borghesia dove cresce Fabietto, circondato da vicini e parenti che insieme ai genitori e ai due fratelli costituiscono un microcosmo divertente e protettivo, si contrappone una seconda parte spoglia e solitaria, segnata dalla tragedia. L’antidoto alla cruda realtà sarà il rifugio nell’immaginazione, fonte di una nuova libertà creativa.

“Il buco” è una rievocazione storica dell’impresa compiuta da un gruppo di giovani speleologi nel 1961, che si calarono nell’abisso del Bifurto, sulle pendici del Pollino in Calabria, una grotta di origine carsica detta anche “fossa del lupo”, arrivando a circa 700 sottoterra, scoprendo l’allora seconda grotta più grande del mondo. Il regista Michelangelo Frammartino, di origine calabrese e molto legato e innamorato delle sue origini, ricostruisce il fatto tornando alla stessa grotta e spingendosi alla stessa profondità, con tensione documentaria e a suo modo epica; con la consulenza dei protagonisti di allora e la partecipazione di speleologi di oggi, e della stessa formazione e della stessa energia, della stessa ambizione. Semplicemente documenta i tentativi dell’uomo di confrontarsi con l’ignoto della natura, anzi di sfidarla, muovendo qualcosa nell’intimo degli spettatori, una suspense lenta che attraversa tutta l’impresa, mentre un vecchio pastore, fuori dal tempo, osserva in superficie. Senza dialoghi, comunica una poetica tensione narrativa.

“Qui rido io” di Mario Martone racconta la storia di Eduardo Scarpetta, padre della scena teatrale della commedia napoletana a cavallo tra ottocento e novecento e padre nella vita dei fratelli De Filippo, Titina, Eduardo e Peppino, oltre che di molti altri figli più o meno legittimi, avuti da più donne, una sorta di pascià come viene narrato nel film. Il racconto è immerso nella Napoli d’epoca, una scena teatrale essa stessa, ricreando anche i volti allora noti come Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, poeti, drammaturghi e famosi autori di canzoni e Benedetto Croce, filosofo, storico e senatore. Si rivivono quelle belle atmosfere con gli attori rigorosamente in parte: Toni Servillo che da’ volto a Eduardo Scarpetta, Maria Nazionale, Cristina Dell’Anna, Alessandro Manna, Eduardo Scarpetta, Lino Musella, Iaia Forte. Viene anche ricostruito il contenzioso in tribunale che contrappose Gabriele D’Annunzio che querelò Scarpetta per avere scritto la parodia “Il figlio di Iorio”.

Questi film rappresentano, nelle parole di Alberto Barbera, direttore della Mostra del cinema “un momento di grazia” del cinema italiano.

(Caterina Grazioli)