Bologna. Ha suscitato varie critiche ed indignazioni la candidatura di Mattia Santori, noto leader (di fatto) del movimento della Sardine, saliti alla ribalta nel corso della campagna elettorale per le elezioni amministrative regionali dell’Emilia-Romagna del gennaio 2020.

Le critiche sono state reciproche. A Santori si imputa di essersi “venduto” al Pd dopo aver in passato rilasciato dichiarazioni con varie accuse contro il partito. Al Pd bolognese viene mossa la critica di aver arruolato chiunque pur di poter strappare un voto in più, compreso un soggetto senza né arte né parte.

Ora, è vero che Santori spesso ha dimostrato di non aver il quadro della situazione sui principali argomenti di discussione, e nemmeno le idee chiarissime, ma questa sua candidatura è così uno scandalo come molti sostengono?

Chi scrive non ama particolarmente i movimenti che decidono di entrare in politica. Per fare politica è necessaria una struttura nella forma partito, un organo collegiale eletto da una rappresentanza degli iscritti, una sua ramificazione territoriale; in altre parole, regole certe. I movimenti che si sono susseguiti dalla metà degli anni ’90 ad oggi sono nati intercettando un certo tipo di malcontento (spesso giustificato) di una parte dei cittadini, che non trovavano nei partiti una diretta risposta ad una problematica. Alcuni nati spontaneamente, altri no, la loro vita non durava mai a lungo, ossia si concludeva con la fine di un micro periodo politico.

Ricorderete il movimento dei girotondi, costituitosi perché l’allora Ulivo non si opponeva energicamente al Governo Berlusconi II, e tanti altri.

Se quindi partiamo da questo aspetto, la candidatura del leader delle Sardine deve farci riflettere.

Intanto va riconosciuto a quel movimento un merito, ossia quello di aver portato nelle piazze principali tanti tantissimi cittadini, spinti dalla richiesta di una politica più umana in contrapposizione alla lega di Salvini ed in generale al sovranismo.

Questo merito va riconosciuto alla Sardine, piaccia o non piaccia.

Il problema della candidatura di Santori va invece ricercato in un diverso aspetto. Il PD, offrendo un seggio al leader della Sardine, cerca fuori da sé una personalità che è stata capace di fare ciò che esso non riesce più da tempo, ossia portare nelle piazze cittadini e cittadine uniti da un ideale.

Questo come può esser visto? A parere di chi scrive, la conseguenza della rinuncia, o incapacità, del Partito Democratico nazionale e locale di coltivare una nuova classe dirigente. I tempi della scuola di partito sono ormai rintracciabili nei frequenti libri che escono ogni anno dove si racconta la storia di un’altra politica. L’idea che da tempo ruota attorno al PD è quella di una dirigenza capace solo di difendere lo status quo, e di non riuscire a capire ed interpretare ciò che il popolo pensa e percepisce, né a farsi portavoce di quel pensiero.

Si può sintetizzare il tutto così: il problema non è candidare Santori; il problema è dover cercare altrove qualcuno che sia stato capace di fare qualcosa di sinistra.

(Andrea Valentinotti)