Bologna. Intervistato pochi giorni fa da Repubblica, il segretario del PD provinciale di Bologna, Luigi Tosiani, sosteneva come «non c’era mai stata tanta società civile nella lista del PD come quest’anno. La nostra ambizione è quella di coniugare l’orgoglio dei democratici con il tentativo di essere rappresentativi della società[1]».

Bologna (Foto di Cristina Lama da Pixabay)

Per il centro-sinistra, insomma, è il momento dei “civici”, e non solo a Bologna. Si pensi, per esempio, a Sinistra Civica Ecologista, una delle liste con più esperienza propriamente politica alle spalle, a sostegno del candidato romano Gualtieri, nelle elezioni più mediatizzate della prossima tornata. Le liste civiche a livello locale non sono una novità, è vero, così come la presenza di indipendenti è ampiamente documentata fin dai tempi del PCI – con tante figure arrivate poi a ricoprire alcune delle cariche istituzionali più elevate, in ogni dimensione di intervento pubblico.

Ciò che colpisce, in questo momento storico, è che la dimensione civica sia anzitutto invocata dalle tradizionali forze politiche alla stregua di un vero e proprio correttivo interno, in quanto la ricomprensione della società civile nella corsa elettorale viene identificata come strumento di riallineamento e di riavvicinamento anche ideologico tra eletti ed elettori. Le parole scelte dal segretario, quando afferma che quello dei dem è un «tentativo di essere rappresentativi della società», nell’era dei partiti di massa sarebbero state interpretate come una fuga di gomito all’Osteria Partigiana, mentre oggi sono perfettamente comprensibili. Il fatto che la sinistra voglia rivendicare questa cifra identitaria è oggi più un segno dei tempi che una deviazione di percorso.

Vi è poi un secondo elemento affatto marginale, ovvero che non soltanto il civismo entra nella campagna da protagonista comunicativo, ma esso influisce in maniera determinante e sostanziale sull’intera proposta della coalizione, alla pari dei partiti di lunga data. Nei tavoli della “fabbrica del programma”, centro di elaborazione della sinistra bolognese, trovano sintesi le visioni di esponenti di partito, membri di associazioni, docenti universitari e in generale dal mondo delle cosiddette competenze. Nel percorso, di fatto anticipatore delle agorà democratiche, si riscontrano pertanto tanto il declino quanto la resistenza dei corpi intermedi, non più capaci di garantire quel canale di comunicazione tra società e istituzioni, tuttavia indispensabili perché le seconde sappiano trasferire a una struttura accountable (responsabile) le esigenze della prima.

Il passaggio che stiamo vivendo da almeno vent’anni è stato descritto e sintetizzato in formule più e meno critiche e avvincenti. Quando si interrogano su populismo, post-democrazia e via dicendo, autrici e autori puntano a evidenziare le trasformazioni del rapporto tra funzione e legittimazione, ovvero come stanno cambiando le reciproche aspettative di partiti e cittadini, da una parte; gli assunti che guidano la formazione di queste aspettative, dall’altra. Detta in poche parole: se il partito non riesce più ad assolvere le sue funzioni, per invertire le tendenze di disaffezione e sfiducia nei confronti delle istituzioni democratiche, diventa opportuno cambiare le premesse della partecipazione, estendendo le possibilità di intervento diretto dei cittadini. Come sostenuto da Sorice e Trino, «la capacità dei partiti contemporanei di intraprendere la sfida e incanalarla in nuove forme d’inclusione potrebbe determinare non solo l’affermazione di una democrazia di qualità ma anche la loro stessa sopravvivenza[2]».

Insomma, benvenuto civismo – anche se a questo punto sarebbe forse il caso di dire “benedetto”. Viene però da chiedersi, di fronte a questa nuova politica a trazione civica, cosa rimane del dibattito interno dei partiti: dei circoli di quartiere, delle assemblee dei quadri, dei congressi annuali. Le dichiarazioni su Twitter hanno contribuito ad alimentare i flussi di comunicazione top-down a scapito della partecipazione dal basso, portando purtroppo a un aumento dell’autoreferenzialità di una politica che tende a parlare troppo spesso a sé stessa – i retroscena giornalistici e le interviste-dichiarazione in questo indubbiamente non aiutano. Ma la sensazione è che nel creare giusti e necessari momenti di confronto estesi, sia la ragione stessa della militanza a venire messa in discussione. Perché, potrebbe chiedersi un’iscritta o un iscritto al “Partito”, dedicare anima e corpo a formulare una talvolta estenuante riflessione interna, quando il luogo di confronto è, nel mentre, diventato semplicemente un altro?

Ecco che le prossime fondamenta del nostro sistema politico e della sua democraticità devono allora risiedere nella risposta che offriranno a questa domanda i tanti corpi aggregati che compongono la linfa sociale del Paese. È un nodo di spazio, che si scioglie con la liquidazione delle barriere, concrete e metaforiche, che separano società civile e case del popolo, che separano in altri termini le case dal popolo. È un problema di metodo, che si risolve puntando a una democratizzazione radicale del suddetto spazio, e adottando soluzioni ben più articolate della mera delega per manifesta maggioranza. La questione, infine, è di obiettivo perché, laddove l’individuazione di uno spazio e l’adozione di un metodo sono volti all’espansione del perimetro dei diritti dei singoli e della collettività, non può che essere l’auto-determinazione a costituire la stella polare dell’agire civico e politico.

Per concludere, sarebbe ingenuo pensare che il solo fatto di essere più rappresentativi, per quanto sulla carta lodevole, possa portare quasi in automatico a un orizzonte pubblico più vicino alle esigenze della comunità. Mentre questa il più delle volte fatica a fare sentire la propria voce, subendo una violenza simbolica[3] la cui potenza non ha nulla da invidiare a quella reale, gli interessi – economici su tutti – sono organizzati e dispongono, quando non di un arsenale di opzioni per imporre le proprie richieste, di un potere quantomeno superiore alla media. L’odioso fenomeno delle porte girevoli, che così poche e gigantesche fortune ha aiutato a concentrare negli Stati Uniti, è oggi una realtà la cui evidenza è sotto gli occhi di tutti anche da noi, e che non può stimolarci qualche perplessità sulla attuale concezione di “interesse pubblico” da parte delle nostre élite. Una reale ridistribuzione del potere, motore della fusione tra civico e politico, non rappresenta in questo senso un equivalente funzionale tra opzioni alternative, quanto, al contrario, l’unica possibilità di rilancio di un assetto democratico che urge seriamente considerare a rischio.

(Alberto Pedrielli)

[1] Repubblica Bologna, “Incasso ma non arretro: il Pd oggi è più largo e civico”, 7 settembre 2021.

[2] Sorice, M., & Trino, N. (2014). La partecipazione politica fra crisi dei partiti e democrazia partecipativa. La partecipazione politica fra crisi dei partiti e democrazia partecipativa, 59-76.

[3] «La violenza simbolica è quella violenza che estorce sottomissioni che non sono nemmeno percepite come tali». Bourdieu, P. (1994) Raisons pratiques. Sur la theorie de l’action, Paris: Seuil.