L’ipocrisia è il frutto inevitabile dei giudizi molto semplici. (Reinhold Neibhur)

Non ce la caviamo così.

Senza una riflessione un po’ più sofferta.

Non la gente decente.

Con una coscienza esigente.

Troppo facile.

Tutta colpa dell’America.

Quando va alla guerra e quando torna a casa.

Solo colpa di Biden.

L’inconsulto.

Reo di aver rispettato i tempi del ritiro pattuiti dal suo predecessore con i talebani.

Non così moderati come li si vorrebbe.

Dicono che il ritiro della truppe USA è stato intempestivo.

Quand’é che lo sarebbe stato?

Tempestivo.

Fra un mese, fra sei, fra un anno, fra cinque?

Siamo in Afganistan da un quarto di secolo.

Tutto l’Occidente.

Un tempo così lungo che quasi ci siamo dimenticati perché ci siamo andati.

Ce lo ha ricordato l’attentato dell’Isis e Dio non voglia che qualcuno venga a scuoterci dal torpore in casa nostra, che il turismo ne risentirebbe.

L’idea del Califfato universale, come lo chiama Domenico Quirico sulla Stampa, non è morta in Siria.

Morti sono i combattenti curdi che l’avevano sconfitta sul campo.

Anche loro traditi dall’Occidente.

Forse per quella loro curiosa sete di indipendenza.

E per quel leggero sentore di comunismo che un po’ li accompagna.

È dal giorno dell’uccisione di Bin Laden che gli USA cercano il modo migliore di venir via.

Hanno trovato il peggiore, ma questo non cambia la sostanza delle cose.

Una guerra in genere si conclude col raggiungimento del suo fine.

Che nel nostro caso era la punizione dei terroristi dopo le Tween Towers.

L’esportazione della democrazia voleva essere una motivazione addizionale e, se tutto andava bene, un effetto collaterale.

Una volta raggiunto l’obbiettivo primario, quanto doveva, quanto poteva restare in piedi, in veste di presidio militare, quello accessorio della difesa delle libertà civili?

Senza che le madri dei soldati e l’opinione pubblica tutta ne reclamassero il ritiro.

Adesso piangiamo la sorte delle donne afgane ma il finanziamento della spedizione italiana a Kabul diventava ogni anno più impopolare.

Parliamoci chiaro: questa non è mai stata una guerra per motivi umanitari.

Solo per quelli non saremmo andati.

Non dopo l’esperienza dei Balcani.

Il primo intervento armato che ha avuto questo scopo.

Forse per questo il più contrastato.

Perché siamo là, ci siamo chiesti, perché l’intervento?

Non c’era terrorismo, non c’era petrolio, solo una banale strage da fermare.

Abbiamo frugato nella memoria, nella storia, nella nostra cultura e non abbiamo trovato risposta.

Solo quel precetto di Kant a tormentarci: la violazione del diritto in un luogo è la violazione del diritto in tutto il mondo.

Chi è amante della pace ma ha ritenuto giusto accorrere in aiuto di quella povera gente, si è domandato, nello stesso istante, se sia lecito usare la forza per fini umanitari.

Chi era contro l’intervento ha cercato a modo suo di aggirare l’ostacolo più angoscioso: si può restare a guardare?

Confortati dalla convinzione che non esistono guerre giuste.

A litigare coi leghisti per accogliere i profughi.

Dopo che il terribile è accaduto.

Gli abitanti di Sarajevo si chiedevano: come può l’Occidente permettere la pulizia etnica? Siamo in Europa…non lo permetterà.

Ma lo abbiamo permesso.

Così fece anche il deputato francese Marcel Deat che, alla vigilia della seconda guerra mondiale sostenne che non valeva la pena di “ morire per Danzica” una piccola città polacca occupata dai nazisti.

E il premier inglese Chamberlein davanti ai carri armati che invadevano la Cecoslovacchia, “un Paese lontano dei cui popoli non sappiamo nulla”.

“Così parla chi immagina che il proprio interesse sia disgiunto dal mondo – ha scritto Barbara Spinelli- non esiste solo la banalità del male, esiste anche la banalità dell’indifferenza, il crimine dell’indifferenza, come lo ha chiamato lo scrittore Hermann Broch”.

Intervenire non è sempre facile, a volte è più facile dire no.

Anche il pacifismo, nella sua espressione nobile, quella non a senso unico, quella che si ispira a figure come Gandhi e alle parole di San Paolo che capovolgono l’antico assunto si vis pace para bellum nell’esortazione se vuoi la pace prepara la pace, deve fare dolorosamente i conti con realtà che a volte ti costringono a scegliere tra azione e impotenza.

Il nostro Presidente più amato, Sandro Pertini, invitava a svuotare gli arsenali e riempire i granai, eppure fu costretto a sua volta a prendere le armi per fermare il male.

Che va in giro armato.

La democrazia non si esporta con le armi è un principio cui ispirarsi che non ha sempre trovato conferma nella storia.

Liberté, egalité, fraternité, hanno conquistato l’Europa sulla punta delle baionette napoleoniche.

Noi dobbiamo principalmente alle bombe Alleate la libertà che non avevamo saputo difendere.

Fermare i crimini contro l’umanità è qualcosa che i filosofi morali chiamano “ un dovere imperfetto”.

Che non si può attribuire ad alcuno in particolare: qualcuno dovrebbe agire ma nessuno è obbligato a farlo.

Se l’ONU può agire questa è la migliore risposta.

Ma se le viene impedito di farlo, se la diplomazia non riesce a fermare un genocidio o una messa in schiavitù di massa, cosa facciamo?

È lecito che altri intervengano?

E chi lo fa, adesso che il Grande Protettore dell’Occidente si ritira come una lumaca nel guscio e le altre potenze planetarie i diritti più che farli rispettare ad altri li violano a casa loro?

Servirebbe forse un esercito europeo.

Ma il problema della sua legittimazione a intervenire resta.

E quello motivazionale anche.

Nessun austriaco vuole andare in guerra agli ordini di un generale francese.

E un olandese ( erano anche a Srebrenica…) sarà sempre riluttante a morire per Kabul.

Ci vuole un di più valoriale.

Che mobiliti le coscienze prima che le Istituzioni e gli eserciti.

L’ONU non ha ancora stabilito nulla che si avvicini a uno Stato di diritto globale.

Nella sua Carta, accanto alla legittima autodifesa e alla tutela della sicurezza internazionale dovrebbe entrare la difesa dei diritti umani.

Altrimenti questo fronte cruciale per il progresso dell’umanità resta spresidiato.

E attribuirne a questo o a quello la responsabilità è pura ipocrisia.

Per la condizione delle donne in Afganistan siamo tutti un po’ colpevoli.

Chi stava a guardare prima e chi le abbandona adesso.

In mezzo, in questi vent’anni, qualche seme è stato piantato, qualcosa di buono è stato fatto.

Ma non abbastanza

Quante domande angosciose dentro e fuori da quell’aeroporto a Kabul!

No, non ce la caviamo così.

(Guido Tampieri)