Immobile davanti alla finestra, nuda, Agnese ha lo sguardo fisso oltre le diafane tendine, le braccia conserte sull’esile corpo. Il filo della cucitura in alto si è rotto e la parte come vela stracciata dalla tempesta, pende, misera. Un filamento argentato di ragnatela abbandonata scende dall’alto. Il minuscolo balconcino esterno, che voleva dare un’idea di pretenziosità all’hotel Okinawa, in realtà è così ristretto che a malapena si può rimanere in piedi. Uno stendino arrugginito giace contro la ringhiera. Impensabile posizionare una sdraio per prendere il sole.

La distesa di palazzine, alberghi, strade, pensioni, hotel, chioschi, tendoni di ogni fattura e colore, minimarket ricolmi di paccottiglia a poco prezzo che ha preso il posto dell’antica pineta arrivando quasi al limitare del mare, cancellando ogni forma di natura e di vita come a Hiroshima dopo l’esplosione della bomba, si distende fino a congiungersi alla ristretta striscia di sabbia ora lobotomizzata dalle migliaia di sdraie e ombrelloni che ne ricoprono ogni metro quadrato, impedendogli di respirare.
L’intero corpo ansima, in affanno.
Le labbra sono serrate e a malapena il fiato passa attraverso gli orifizi del naso.
Ogni muscolo è teso, rigido come un’abitante di Pompei sorpreso dalla tormenta di lapilli e lava e trasformato in pochi minuti d’inaudibile sofferenza, in statua.

«Tutto bene?» dice la voce dolce di Giulia dietro di lei mentre un bacio leggero si posa sulla spalla e sente i suoi seni schiacciarsi contro la schiena, provocandole un immediato brivido di piacere che subito scaccia dalla mente.
Non risponde mentre le sue labbra continuano a scorrere sulla pelle. «Che c’è, amore?» e le mani s’insinuano tra le sue braccia per volere raggiungere le bianche coppe. Ma lei non allenta la stretta e le dita vanno a posarsi sulle sue. Giulia ora sa che qualcosa d’indefinito è sceso tra loro ma attende che sia Agnese a parlare per non svelare a sé stessa il terrore di udire parole che possano precipitarla verso il baratro.

Ma Agnese si distacca, lentamente e va in bagno. E lei rimane lì a guardarla svanire senza una parola conscia ormai che l’addio si è già consumato. Getta uno sguardo alla camera, la loro, la numero 5, che l’ha viste insieme negli ultimi due anni. Ora appare in tutta la sua malinconica visione come se fosse la prima volta che entra lì. I mobili da magazzino discount, le lenzuola così sottili da apparire trasparenti, le riproduzioni di quadri famosi alle pareti che penzolano dentro le cornici troppo grandi o troppo piccole, la minuscola televisione che non hanno mai acceso, il frigobar con mezzo litro di acqua minerale, un pacchettino di noccioline, una bottiglietta di spumante di una marca sconosciuta; quanto di più anonimo e scialbo si potesse immaginare eppure, nessuna delle due aveva mai visto tutto ciò, come se quando superavano la porta, la realtà svanisse e le pareti, il soffitto, il letto cigolante non esistessero.

Si siede sul bordo del letto e accende una sigaretta. “Come un condannato a morte” pensa. Ora non ha più pensieri e si sofferma a guardare la brace, il fumo che esce dalla bocca, le sue dita, sino a quando il tabacco non si è consumato del tutto. Spegne il mozzicone nel portacenere accanto all’abat-jour che ha da tempo la lampadina fulminata.

Agnese si siede accanto a lei, con addosso ancora l’accappatoio, le dà un bacio leggero sulla guancia e dice.
«Mi dispiace»
«Anche a me»
«Non riesco più a sopportare questa situazione. Non ce la faccio.»
«L’avevo capito. Ma, egoisticamente, ho fatto finta di niente. Non volevo perderti.»
«Lo so. Anch’io non voglio perderti. Sono angosciata dall’idea di non vederti più.»
«Si vede. Pensavo. E’ un momento, passerà. Invece, mi sbagliavo.»

«Se ne è accorto anche Alberto. Lo vedo che mi spia, mi squadra, mi domanda cosa c’è. E io. “Sono stanca, il lavoro, le colleghe.” Balle, tutte balle. Lo amo. Come amo te. Mi credi?»
«Certo. Non sono così stupida»
«Non volevo dire questo»
«Scusa. Mi è scappato. Sono amareggiata, triste, incazzata, con me, con te, con il mondo. E il peggio deve ancora venire. Sento già la tua mancanza. Due anni, anche se passati quasi tutti qui, non sono la scopata di una notte»
«E’ stato il nostro rifugio, il luogo segreto del nostro segreto amore. Per questo non riuscirò mai a dimenticarlo»
«E perché dimenticarlo? Vorrebbe dire dimenticare anche me, anche noi»

«A volte vorrei non avere un passato. Nessun ricordo, nessun dolore. Solo presente. Senza neanche un futuro. Il passato a volte è un peso insopportabile da portare sempre con sé. Bisognerebbe potere eliminare qualcosa, cancellarlo, fare un reset e ricominciare da zero»

«E così dimenticarsi degli errori, le sconfitte, le perdite, i dolori, il male subito… e delle gioie, della felicità vissuta, dell’amore che abbiamo ricevuto, come di quello che abbiamo dato? Forse dovrebbe esistere un filtro che separa la parte peggiore e ci fa tenere solo la migliore, una raccolta differenziata dei giorni trascorsi; lì i dolori, lì le gioie, lì le sconfitte, lì le vittorie.»
«Quanta filosofia c’è nelle tue parole, Orazio, molta di più che in cielo e in terra»
«Filosofia o no, io non voglio dimenticare, nonostante tutto, neanche questo momento»

«Sono stanca di mentire, di doverci nascondere, di non essere sincera. Vorrei fare vedere al mondo quanto vi amo, tutti e due, alla stessa maniera. Perché mi devo sentire un’aliena, una depravata, una madre incapace? Se tu fossi un uomo nessuno avrebbe niente da dire. E se noi appartenessimo al jet-set, ai piani alti della società, saremmo al riparo da qualsiasi critica. Ma siamo delle persone normali, la “classe media” e come tale dobbiamo osservare le “regole” che la nostra classe ci impone o accettare di finire nel tritacarne dell’ipocrisia»

«Non gliene frega a nessuno di noi due. Tranne ad Alberto, forse. Ma certo, l’importante per tanti è apparire, non essere. Ma poi, è così fondamentale ciò che pensano gli altri, o non dovremmo invece essere sinceri con noi stessi e subire anche le eventuali conseguenze negative, i cambiamenti che ciò comporta?»

«E secondo te, se vado da Alberto e gli dico: “Sai caro, ho una relazione lesbica, ma non ti preoccupare, io ti amo e voglio continuare a essere tua moglie. Anzi, domenica pensavo d’invitarla a casa nostra!”»
«Ma tu pensi di conoscerlo veramente? E se invece gli facesse piacere, magari finire a letto tutti e tre insieme?»
«Non dire scemenze»
«Ne avete mai parlato?»
«Di cosa?»
«Dell’omosessualità»
«No. Perché poi?»
«Forse dovresti, visto che ti riguarda»
«Non lo accetterebbe mai»
«E’ così ottuso? Mi hai raccontato così poco di lui. In fondo mi sembra un buon marito»

«Direi di sì. Ma non penso possa accettare una cosa così. Sarebbe sconvolgente per chiunque. E se lui si fosse innamorato di un uomo, lo sarebbe anche per me. Quanti sono, nei fatti, capaci di accettare di essere divisi con un altro senza che questo provochi dolore per qualcuno? L’alternativa è il divorzio. E io non voglio perdere Valentina. Faccio l’impiegata non l’attrice che a loro è tutto permesso.»
«Di sicuro perderesti lui, forse Giulia no»

«E secondo te Valentina, i miei genitori, mio fratello, i suoceri, gli amici, le amiche, cosa penserebbero? Come minimo dovrei cambiare città, cambiare vita, forse cambiare nome. E a Valentina, cosa racconto? Sai amore, la mamma ama una donna. Pensi che possa accettare a dieci anni?»

«Chi non ti vuole bene non ti merita, comunque. Anche se sei etero. E sono convinta che Valentina, alla fine, capirebbe. La vita continuerebbe. Non ci concede niente nessuno. Dobbiamo guadagnarci la felicità E poi, non hai novant’anni!»
«Già, solo 43. Tu la fai facile, visto che sei sola»
«Grazie»
«Scusami. Non volevo offenderti»
«E la soluzione è mettere da parte la nostra storia?»
«Si»
«E non pensi che fra un anno, due, cinque, incontri un’altra e ti innamori?»
«Perché è più facile così. Se dovesse succedere, ci penserò.»

Lei è rimasta lì, nuda, seduta sul materasso mentre Agnese si veste come se quasi non le importasse più niente di lei, di loro anche se naturalmente non è vero. Agnese infine posa un bacio leggero sulla guancia mentre una sottile lacrima bagna il suo volto. Si alza, allunga una carezza sui capelli, si volta, esce. Dentro di lei si è aperto un pertugio insignificante che si allarga sempre più e che lei sa non avere fondo. Lo guarda aprirsi lentamente e vede scivolare dentro tutta la loro storia, come se fosse un buco nero interstellare che ingoia ogni particella di materia nel raggio di milioni di chilometri, un imbuto in cui precipita tutta la sua vita, dai primi vagiti fino all’ultimo sguardo di Agnese. E più lo guarda più si sente risucchiata in lui perdendo sempre più consapevolezza, contatto con la realtà, come risucchiata da un maelstrom; il corpo si diluisce, scompaiono i battiti, i pensieri, i ricordi, i desideri, il presente, il passato, il futuro sino a quando non rimane che una crisalide da cui esce un essere che non è più lei. Si dirige verso il balconcino, sale sulla ringhiera e spicca il volo.

(Mauro Conti)