Era la mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno 1968 e nelle cucine dell’hotel Ambassador di Los Angeles, alcuni colpi di pistola chiusero per sempre il mito della Camelot kennedyana. A cinque anni dall’omicidio del presidente americano John Kennedy, infatti, venne ferito a morte anche il fratello minore, Robert, in quel momento concorrente alle primarie del Partito democratico per la nomination presidenziale, con buone speranze di diventare il candidato del partito, ma soprattutto il 37° Presidente degli Stati Uniti. A ucciderlo un giovane giordano di origini palestinesi, Sirhan Sirahn, che da 53 anni è in carcere dove sta scontando l’ergastolo.

Roberto Kennedy (Foto Wikipedia)

In questo periodo si discute se scarcerare Sirhan: i discendenti di Bob Kennedy sono divisi tra la concessione della grazia e la decisione di lasciarlo in carcere, a seguito della condanna che ricevette al processo per omicidio. Il tribunale ha dato l’ok, manca solo il via libera del governatore della California. Tra i tanti figli di Robert Kennedy, undici di cui nove viventi, Bobby Jr. ha detto che “Papà lo vorrebbe fuori”.

Al di là della vicenda giudiziaria, che come l’omicidio del fratello John è ancora oggetto di dubbi e misteri, c’è un bel film uscito nel 2006 e presentato lo stesso anno alla Mostra del cinema di Venezia, che fotografa in maniera eccellente il periodo di fermento politico, sociale e culturale, idealmente finito proprio con l’omicidio di Robert Kennedy. Ovvero “Bobby”, dal nome con cui Robert era chiamato dalla sua cerchia più ristretta. E proprio questo spaccato storico viene raccontato nelle vicende dei personaggi del film scritto e diretto da Emilio Estevez che vede un cast stellare (Anthony Hopkins, Martin Sheen, Demi Moore, Sharone Stone e Laurence Fishburne solo per citarne alcuni). Storie diverse che però si incrociano per lo stesso motivo: festeggiare la vittoria alle primarie in California del senatore democratico.

Kennedy proprio la sera del 5 giugno doveva tenere un discorso nel suo quartier generale, l’hotel Ambassador, dove è ambientata gran parte della pellicola. C’è Diane, giovane ragazza che sta per sposare William per risparmiargli la leva del Vietnam, l’inserviente Josè che litiga col capo razzista, il manager dell’hotel che tradisce la moglie, i due vecchi dipendenti dell’albergo ormai in pensione che accasciati nei divanetti della hall ricordano i grandi personaggi passati da quell’hotel. Tutti sperano che Bobby possa rendere il mondo un luogo più giusto.

La direzione dei tanti attori è ben riuscita e la coralità è uno dei valori aggiunti del film. Il regista inoltre è riuscito a non cedere troppo alla retorica, assai difficile quando si toccano certi argomenti. Perché in “Bobby” c’è tutto: la questione razziale, la guerra nel Vietnam, la lotta per i diritti civili e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. A tratti sembra quasi si parli di oggi.

Ed è impossibile non commuoversi quando, nei titoli di coda, scorrono le immagini di repertorio con la bara di Kenendy sul treno salutata dalla gente comune al passaggio nelle piccole stazioni, nel tragitto tra Penn Station, a New York, per arrivare alla Union Station di Washington: colonna sonora “The sound of silence” di Simon & Garfunkel.

Una vicenda che ha segnato la storia dell’America: con grande rimpianto oggi pensiamo come sarebbe potuto essere il mondo con Robert Kennedy presidente degli USA al posto di Richard Nixon.

(Tiziano Conti)