Kind of Blue (Testo ripreso da chiedoaisassichenomevogliono*)

Mi ricordo poco i dettagli del palesarsi di momenti luttuosi, l’evento in sé contempla l’attenzione completa oltre la cornice. Il 28 settembre del 1991 me lo ricordo bene, invece. Pure se era un giorno qualunque, alla fine d’una giornata come le altre, che si concludeva allo stesso modo di tante passate, di una moltitudine a seguire, davanti ad una caraffetta di vino ed alla bruschetta. “È morto Davis”. Mi disse il ragazzo del pub. Davis? Chiesi. “Miles Davis”. Mi ammutolii. Lui ebbe la malaugurata sorte di continuare. “È stato un grandissimo musicista”. Vabbè. Mi dissi. E fu la prima e l’ultima volta che non profanai il fondo d’una caraffa. M’alzai e nemmeno pagai il conto, non se lo meritava. Che definire Miles Davis come un grandissimo musicista è come definire Ulisse un eccellente viaggiatore. Ce ne sono pletore di grandissimi musicisti, taluni lo stesso Davis li disprezzava apertamente.

Miles Davis (di Tom Palumbo from New York City, USA, da Wikipedia)

Anche definirlo musicista è la riduzione ai minimi termini d’un’opera epica. Miles Davis è stato compendio narrativo della storia dell’arte del XX secolo. Non è stato un innovatore, ma un rivoluzionario che ha fatto e vinto la sua rivoluzione. Viene dopo Gillespie, dopo Parker, ne era ammirato, ma soffiava nella tromba senza una sparata di quelle buone, come quelle con cui i suddetti ti lasciavano ginocchioni e senza fiato solo ad ascoltarle. Lui, viceversa, era l’inventore del teletrasporto, più sofisticato di quelli di Star Treck, che ti porta dove vuoi. Faceva volare i tappeti come manco in un racconto da Mille e una Notte, muoveva le corde dell’anima con una dirompenza che non capivi da dove venisse, era bufera sotto le mentite spoglie della brezzolina di primavera, lo Tsunami che si camuffa di placide acque di stagno. Ossessionato da mille angosce, scorbutico, indisponente, l’avevo visto ad un concerto poco prima, e mai s’era mostrato in volto. Ma ogni sua nota sgusciata dalla tromba rossa, t’entrava dentro e ti mostrava il dettaglio sorprendente dei suoi lineamenti, sicché parevano incisi nel granito da mastri scalpellini del Rinascimento. La sua vicenda personale e artistica è monumentale opera letteraria, serie pittorica, portfolio d’un grande fotografo, financo film d’autore raffinatissimo, dove ogni fotogramma, come ciascuna delle sue note, è opera compiuta in sé. La trama di quell’opera è spiazzante, straniante, sorpresa autentica. Detestava i jazzisti della sua generazione, pure con taluni che avevano suonato con lui era sprezzante. Solo Coltrane era riuscito a sottrarsi ai suoi strali, pure era davvero il suo esatto contraltare, con quel sax che pareva lanciare urla furibonde di rivendicazione identitaria, d’appartenenza ad un’America che si sollevava. Le atmosfere sospese, soffuse di Davis, invece, parevano a loro agio accanto a Juliette Greco, nei salotti artistici della Rive Gauche. antitesi dello scontato, colpo di genio biografico. È forse per questo che Kind of Blue è musica definitiva, Ascenseur pour l’échafaud vertigine esistenzialista.

Così, poi, ho capito perché, al contrario di altri eventi luttuosi, quello me lo ricordo bene: perché Miles Davis, in quel 28 settembre di trent’anni fa, semplicemente non è morto, ha solo cambiato prospettiva, arricchito la sua biografia. Non mi pare, infatti, che ci sia stato un solo giorno, da allora, che non abbia sentito la sua tromba viva, che non abbia avuto la percezione esatta che quel suono, allo stesso tempo laconico e dirompente, non mi struggesse o sollevasse all’uopo. La sua musica continua a riempire spazi, quelli che decidiamo di lasciare vuoti, pure quelli che si svuotano da soli e non sappiamo mai di preciso come colmare. Dunque, difficilmente mi sovviene come si possa recitare il de profundis per chi non s’arrende ad esistere, a dispetto di quella banale nota biografica rappresentata dalla seconda data accanto ad un secondo luogo.

Clicca qui per ascoltare Kind of Blue: https://youtu.be/917Asjadc_U

(*) Chiedoaisassichenomevogliono si presenta così: “Tutto quanto appare su questo blog è, salvo espressamente specificato, prodotto da me, e poiché ho deciso di essere nessuno, appartiene a nessuno, dunque a tutti. Per cui ne è consentita la riproduzione parziale, totale, a frammenti e schegge, il rimaneggiamento, la mutazione genetica o quant’altro si voglia, senza necessità di citarne la fonte, che del resto non è citabile giacché nessuno non esiste”.

“Miles Gloriosus”, anzi no. Miles “Smiles”, anzi no

(Una noticina di DB)

Si chiama «Miles gloriosus» cioè “il soldato fanfarone” una commedia di Plauto. Il mio amato Davis non è un fanfarone ma un “soldato” (armato solo di tromba e genio) della musica sì: così pensai quando a scuola si parlò di Plauto. Il gioco di parole mi è rimasto in mente anche perchè lo scrissi sul dorso di un vocabolario (sì, facevo di queste stranezze).

Poco dopo arrivò il 1966 e «Miles Smiles» mi stregò dal primo ascolto. Per me (che avevo 18 anni) quello fu il secondo album davisiano – mi pare – comprato; anche se molto lo avevo ascoltato in radio e in una ricca fonoteca romana. Non è che Davis sorridesse più del solito (cioè pochino) ma alla Columbia così titolarono. Era l’ennesima formazione indimenticabile: Wayne Shorter al sax tenore, Herbie Hancock al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso, il giovane Tony Williams alla batteria. In rete c’è: fatemi il piacere di ascoltarlo.

Intorno all’arte da sempre si addensa (come una nuvola) una mitologia: gli artisti maledetti, “nemo propheta in patria”, le droghe, gli amori fatali, la povertà e il successo improvviso… Talora c’è del vero, qualche volta son balle. Spesso la “nuvola” soffoca l’artista: si parla più del mito che dell’opera (musica, quadro o libro che sia). Con il jazz ancor più: il razzismo – ma anche le buone intenzioni dell’antirazzismo – circondano artiste/i con la pelle detta “nera” fino al punto qualche volta di nascondere la loro musica. Io raccomando allora (talvolta lo urlo): “d’accordo le tragedie, la storia, il contesto… ma l’arte (in questo caso il jazz) al primo posto». Fu forse «peggio di un bastardo» Charles Mingus, fu quasi uccisa Bille Holiday… ma oltre a sapere chi erano sentite cosa vi dicono.

Il mio amico Pabuda mi ha ricordato una frase di Enrico Rava – altro grande trombettista, per chi non lo sapesse – sentita a «Battiti» su Radiotre: «Anche quando Miles Davis non suonava e suonavano gli altri, il pubblico continuava a guardare lui. Un po’ come Marlon Brando in Fronte del porto – tutti guardavano Marlon Brando anche quando l’azione stava da un’altra parte». Il personaggio invece della persona, il mito (perfino il divismo) invece dell’opera.

Talmente vero che l’ultimo numero di «Musica Jazz» (lo trovate ancora in edicola) nel ricordare «Miles Davis trent’anni dopo» dedica 2 articoli su 3 al personaggio: se Luca Bragalini infatti analizza «La disgregazione dello standard», Alberto Bazzurro racconta lo «PsychoMiles» e Luca Conti «Il perfido Miles» ovvero «le infinite strategie manipolatorie impiegate per far rendere al meglio i suoi musicisti». Sono letture interessanti ma vi prego: mentre i vostri occhi scorrono le righe – ma anche dopo – lasciate le orecchie aperte e ascoltate il grande Miles.

Se poco o nulla sapete di Miles Davis partite magari da «Kind of Blue». Come, anni fa, mi scrisse il mio amico Agostino: «quasi nulla sapevo di jazz ma un amico mi consigliò di ascoltare Kind of Blue. Mi ritrovai in un posto sconosciuto e affascinante, sono rimasto lì». Quante/i come lui?

Ma prima o dopo «Kind of blue» … va bene quasi tutto. Il “quasi” è perchè – a mio gusto – l’ultimo Davis è troppo elettrico-rockettaro o modaiolo se preferite. Non che suoni male… ovviamente. Mi spiego meglio. Ho da poco acquistato il doppio cd «Merci Miles! Live at Vienne» con un concerto del 1991. E’ bello ascoltarlo: dal famoso «Amandla» – scritto per Nelson Mandela – ai brani di Marcus Miller, Cyndi Lauper, perfino i due di Prince. Il miglior jazz sa inglobare e rielaborare tutto. Però il cuore (almeno il mio) ascoltando «Merci Miles!» non batte così forte come per le decine di album del Davis anni ’50-70.

LINK UTILI

Il mio “neuropoeta” preferito cioè Pabuda suggerisce di ascoltare i podcast delle ottime trasmissioni fatte da Marcello Lorrai per Radio Popolare: Round About Miles. Vita e musica di Miles Davis – Radio Popolare.

Sandra raccomanda (e io concordo) Miles Davis e la musica del futuro | il manifesto – un articolo e una scheda di Luigi Onori – uscito sabato 25 settembre su «Alias-il manifesto».

Qui c’è molto da ascoltare: Trent’anni senza Miles Davis ma in generale Radiotre è davisiana: per esempio BATTITI – Sketches Of Miles – Rai Radio 3 – RaiPlay Radio con un ricordo a più voci con (Enrico Rava, Rob Mazurek, Claudio Sessa ecc).

La definizione “un musicista immortale” è pomposa, abusatissima e quasi sempre bugiarda. Ma per Miles Davis (come per John Coltrane e pochi altri) è quella giusta: ascoltare per “credere”.

(Daniele Barbieri)