Bologna. Opzionata la lista del Pd a qualche giorno dalla conferma ufficiale della sua candidatura, Santori si è inserito nell’ampia coalizione di centro-sinistra – la più numerosa nella storia elettorale di Bologna -, a sostegno dell’assessore uscente Matteo Lepore. Ed è proprio l’ampio respiro consociativo a piacere; il movimento ha sempre detto di auspicare un insieme di forze allargato, capace di rappresentare tutto il popolo di sinistra. Negli eventi della campagna elettorale il portavoce delle sardine ha insistito molto sul protagonismo della società civile, un modello di partecipazione alla vita pubblica incarnato già prima della sua discesa politica, con il suo attivismo civico e le diverse presenze al bilancio partecipato.

Piano di disincentivazione della mobilità privata su gomma con attivazione del pagamento del tagliando per il parcheggio della seconda auto nella corona semi-periferica. Teatri di comunità e correlata infrastrutturazione di due piazze per quartiere (dodici in tutto) con l’attivazione di mini-commissioni di esperti culturali che facciano da trait d’union tra l’ufficio reti del comune e le realtà locali. Riforma del bilancio partecipativo che favorisca chi il territorio lo gestisce e conosce nel quotidiano come case di quartiere e giardini di comunità. Sostegno per le realtà che praticano e insegnano sport accessibili e inclusivi e istituzione di uno strumento di inserimento sociale che permetta ai neo maggiorenni che abitano la città di entrare in contatto con le tante realtà che la animano, praticando volontariato. Questi i punti principali che Santori vorrebbe vedere realizzati in città se il suo nome dovesse essere varato un numero sufficiente di volte alle urne. Coerentemente con il suo percorso, tutte le proposte mirano a esercitare un forte impatto sul tessuto di prossimità, con un occhio di riguardo al tema della socialità e del portare “corpi fisici” nei luoghi, dando loro la possibilità di trovare e creare canali di aggregazione.

Assemblee, bilancio partecipato, immaginazione civica sono parole ricorrenti nella campagna elettorale di avvicendamento al voto di ottobre. Non sono tematiche nuove per la nostra città ma è l’istituzionalizzazione, la stabilizzazione della pratica partecipativa che potrebbe costituire l’inversione di tendenza in un sistema ancora tiepido da questo punto di vista. Nel ragionare se queste pratiche si configurino come forme di democrazia complementari o alternative ai meccanismi di delega, Santori sostiene: “le assemblee cittadine possono essere di due tipi: finalizzate all’espressione su un quesito referendario (come potrebbe essere per Bologna, la realizzazione del Passante di Mezzo) o assemblee cittadine vere e proprie in cui ci si pone un obiettivo, anche macro, come potrebbe esserlo la neutralità carbonica per il 2030 auspicata dalla Commission Climat francese, e si ragiona in concerto politica-cittadinanza per elaborare le possibili soluzioni”.

L’impegno richiesto al cittadino nelle due visioni è, si capisce, molto diverso. Nel primo caso è infatti limitato nel tempo e nell’estensione richiedendo di informarsi – necessità spesso coadiuvata da media e politica – e, solo in seconda battuta, confermare o negare l’assenso a una proposta confezionata. Nel secondo caso invece, l’apporto è molto più intenso, dal momento che questo tipo di spazio permette sì un’attivazione trasversale e creativa del cittadino ma esige una notevole messa a disposizione di tempo e energie. “Personalmente, avendole sperimentate entrambe, preferisco la prima, però quello che ci siamo detti anche con XR è che vale la pena provare anche l’altra. I punti che io ad esempio inserirei in un’assemblea sul tema climatico-ambientale sono la riduzione del parco auto, delle emissioni provocate dalle caldaie (prima causa di inquinamento atmosferico a Bologna) e la conversione delle ex caserme, in un ragionamento più generale di utilizzo dello spazio pubblico. A partire da Prati di Caprara, Caserma Mazzoni e Staveco”.

Tanti i pro della concertazione generalizzata, in primis l’elasticità mentale che caratterizza assemblee composte da persone diverse per provenienza, età, formazione lavorativa e culturale, approcci sociali. Complesso invece riuscire a fare sintesi e soprattutto gestire questo tipo di aggregazione. Non sono problematiche nuove e sconosciute tra le sardine, lo stesso Santori sottolinea come il movimento non abbia mai avuto una sua natura “a sé”, “di per sé”, non sia “mai veramente esistito”, a differenza delle reti che hanno portato all’organizzazione di piazze e campagne. Ciò che darebbe un senso alle ore di attivismo che in questi due anni, tanti hanno dedicato al progetto 6000 sardine, sarebbe “innestarsi all’interno del meccanismo delle istituzioni ed è quello che stiamo cercando di fare adesso,”, prosegue Santori, “abbiamo candidato individui che possano diventare punti di riferimento diretti e manteniamo contatti con persone nelle istituzioni che possano appoggiare le nostre rivendicazioni, che siano amiche”.

Lo scenario ideale è che tutti i candidati e le candidate espressi siano eletti, ma risulta difficile orientarsi nella descrizione di un movimento che appare e scompare, in un passaggio linguistico dalla prima persona plurale a quella singolare e viceversa. Nell’esistenza di una collettività con momenti aggregativi dedicati, che esaltino le individualità che la popolano, risiede la capacità di un organismo plurale di svilupparsi e permanere nel tempo e, quindi, di impattare a livello pratico le realtà con le quali entra in contatto. La scelta di commentare in modo fulmineo l’attualità locale e nazionale ha permesso al nome “6000 sardine” di occupare uno spazio pubblico, di mantenere un tono di voce costante che, nel complesso, continua a contare a due anni dalla prima manifestazione. Non un’impresa semplice questa, che ha visto scivolare esperimenti simili in passato. La scelta della fluidità – o l’incapacità di immaginare e strutturare – è però una scommessa pericolosa in politica, anche e forse soprattutto in un sistema come quello odierno, basato sulla centralità del volto, del personaggio.

La tolleranza, la consapevolezza dell’uso pragmatico del linguaggio unito a un rifiuto della retorica aggressiva e la competenza di chi ci governa erano solo alcune delle rivendicazioni di chi si radunava sotto il simbolo di un pesce stretto ad altri, spesso sconosciuti, spesso lontani dalle pratiche di politica attiva. Meta-rivendicazioni, quelle delle sardine, che dovrebbero essere trasversali nella compagine politica, ma forse non lo erano quando migliaia di persone si sono riversate nelle piazze italiane e forse non lo sono neanche oggi. Dicevamo, un elemento necessario ma non sufficiente per costruire un’offerta politica. E se di politica si parla, non era scritto che le sardine dovessero strutturarsi, ma oggi, nel 2021, le piazze sono tornate quelle di sempre, il leader riconosciuto del movimento si è candidato per le amministrative della sua città e nella pagina facebook continuano a essere commentate le vicende politiche e sociali di rilievo. L’impressione che si riceve è quella di una strutturazione a metà, volti che cominciano a fare politica negli organi deputati ma una base assente, quantomeno invisibile senza le piazze. E una base è veramente necessaria per fare politica oggi? Forse no ma è probabile che la parcellizzazione porti discontinuità nelle azioni delle sardine di oggi e di quelle del 2023 o del 2025. Non ci è dato sapere se l’occupazione di posizioni istituzionali, sebbene locali, da parte di membri del movimento costituirà l’incentivo, la spinta per strutturarlo o sarà, al contrario, il momento giusto per scattare l’istantanea del suo battesimo. La classica foto un po’ ingiallita, fitta di persone che non riconosciamo, sfogliando l’album dei ricordi a distanza di anni: attivisti di un’epoca tramontata prima di iniziare, prima che la stabilità potesse prendere il posto della fluidità. Siamo ancora in mare aperto?

(Alessia Muzzarelli)