Che esistano giornate “nere” è stato veramente confermato da ciò che ha vissuto Mark Zuckerberg ultimamente. Riassumendo in maniera molto sintetica, nel giro di poche ore, una ex dipendente ha lanciato accuse gravissime sul ruolo e le modalità di vita del principale social network del mondo e, immediatamente dopo, un blackout degli impianti ne ha messo fuorigioco l’intera architettura informatica.

Per la verità, a queste due già orribili notizie, per il fondatore di Facebook, si era aggiunta una ancora più seria. Si erano sparse le voci di miliardi di dati degli utenti del social network disponibili nel dark web dopo essere state “estratte” dai data-server dell’azienda. Quest’ultima, però, così come si era diffusa, si è smaterializzata nel nulla dopo una semplice smentita fatta con un comunicato stampa. Misteri del web…

Ciò che è emerso in quelle ore, comunque, potremmo riassumerlo in poche battute. Per prima cosa la “qualità” dell’intervento sul mercato di queste società. L’accusatrice ed ex product manager Frances Haugen, con una testimonianza davanti al Senato americano, ha illustrato i danni consapevoli che le scelte della società produce con le scelte orientate solo all’aumento dei profitti, rivelando come i vertici – pur se consapevoli dei danni inflitti alle giovani generazioni e allo stesso funzionamento della democrazia – ignorassero volutamente le implicazioni delle loro strategie di mercato. Quello che emerge è un uso strumentale della potenza delle piattaforme social non solo nell’indirizzare lo sviluppo umano, modificando le forme delle relazioni e producendo guasti generazionali, con conseguenze drammatiche per i singoli e per la stessa collettività, ma che le stesse politiche comunicative dell’azienda, tese a fomentare la circolazione di comunicazioni basate sull’odio, incidano sulla stessa forma della democrazia. Inoltre, si evidenzia, per chi non l’avesse ancora compreso, che “quando un prodotto è gratuito la merce siamo noi che lo utilizziamo”. I nostri dati, le nostre passioni, i nostri segreti, quelli che scambiamo con amici, amanti, parenti, e che rappresentano il tesoro più prezioso delle nostre vite, divengono informazioni trattate e vendute da queste grandi multinazionali. Con questa forma di “lavoro implicito”, quello di produrre dati, informazioni e conoscenze sulla nostra vita, abbiamo reso enormemente ricche aziende che non solo sfruttano le nostre informazioni ma ci “bisbigliano”, all’orecchio e all’occhio, notizie e comunicazioni che noi ribaltiamo verso i nostri amici perché le “sentiamo vicine” alle nostre idee, idee che loro hanno compreso benissimo perché spulciano nei nostri segreti più intimi. Lavoriamo gratis per farci spiare, farci condizionare e far arricchire i pochi azionisti di queste multinazionali diventate tanto potenti come interi stati.

Ma il danno non è solo questo. Queste giornate nere di Facebook hanno anche evidenziato come questo modello sociale sia “fragile”. Un semplice disguido tecnico, un errore di una singola persona o il semplice attacco a una sola infrastruttura, comporta la messa in crisi di interi sistemi e comunità.  Mai la condizione d’intere economie è stata sottoposta a vincoli così fragili a rischi globali.

Forse è arrivato il momento di intervenire (qui sul serio per la vera sovranità e per il diritto alla privacy individuale). Questo sistema va fortemente ristrutturato con interventi antimonopolistici. Le comunità locali devono tornare a controllare i loro territori e, oggi, i territori digitali sono i nuovi luoghi ove si produce ala ricchezza di domani.

(Sergio Bellucci)