Andrea Pagani

Tutto si può dire dei romanzi di Philip Roth tranne che siano romanzi rassicuranti, consolatori, destinati alla nostra indifferenza: ogni suo libro possiede, come avrebbe detto Mario Vargas Llosa, una «predisposizione sediziosa», perché mette in discussione la nostra visione del mondo, innesca un movimento critico, propaga insicurezze e dubbi, forse addirittura alimenta una sorta di inquietudine.

Senza dubbio, di quest’ipnotica forza destabilizzante è impregnata ogni pagina de Pastorale americana, uno dei capolavori dello scrittore statunitense.

Si potrebbe dire che il romanzo, riprendendo una tecnica della migliore tradizione anglosassone, da Defoe a Dickens, qui però rovesciata, usa come pretesto l’analisi di un personaggio “vincente” dell’America di oggi, Seymour Levov, detto lo Svedese, alunno modello, ebreo integerrimo, atleta acclamato, marines, esemplare conduttore dell’azienda paterna, marito e padre ideale, con una bella casa immersa nella natura delle zone rurali del New Jersey, per poi gettare uno sguardo problematico sulla più complessiva storia degli Usa (se non addirittura sulla più estesa condizione dell’uomo), poiché la vicenda di Levov, che pare così protetta da ogni pericolo e contaminazione, precipita lentamente e inesorabilmente nel baratro di un disfacimento sociale ed etico.

La spirale che trascina la famiglia Levov nell’abisso del degrado, raccontata da Nathan Zuckerman, alter ego dello stesso Roth, prende l’avvio dalla crisi della figlia del protagonista, Marry, che appena sedicenne diventa sempre più ribelle e politicizzata, e si unisce all’organizzazione di estrema sinistra dei Weathermen, fino a compiere un attentato dinamitardo contro un ufficio postale, uccidendo una persona e dandosi poi alla fuga.

Vano ogni tentativo del padre di ricomporre i frantumi della famiglia, letteralmente in pezzi, mentre sullo sfondo le udienze dello scandalo Watergate scuotono gli Stati Uniti.

Eppure c’è qualcosa di più. Qualcosa di più sommerso e profondo. Un groviglio di temi e atmosfere intriganti, che percepiamo in intimità col nostro vissuto, talvolta così strazianti da risultare insopportabili.

Qualcosa che ci coinvolge, ci appartiene, ci riguarda personalmente.

Perché sarebbe un errore interpretare l’avventura decadente dello Svedese soltanto come l’allegoria della frantumazione del sogno americano, il crollo dell’ideale di una società armoniosa e di una famiglia misurata, appunto di una “vita pastorale”: quindi limitata al solo contesto politico e sociale statunitense degli anni Sessanta e Settanta (dai disordini razziali, alla guerra in Vietnam, alle contestazioni terroristiche).

C’è tutto questo, certo. Ma Philip Roth sa catturarci anche in un altro universo.

Tutto parte dalla sua prosa, vertiginosa, avvolgente, penetrante, a volta addirittura convulsa pur nella sua lucidità chirurgica: è qui che si compie il miracolo della narrativa di Roth, quando scandaglia i meandri dell’animo umano, le pieghe, i recessi oscuri e ingombranti della personalità, ponendoci di fronte all’interrogativo che, forse, al posto dello Svedese ci potrebbe essere ognuno di noi: che le certezze su cui costruiamo la minuta occasione del nostro quotidiano possono crollare. La microscopica esperienza del protagonista, come avrebbe suggerito Leopardi in un passaggio dello Zibaldone, diventa allora esperienza universale, nel momento in cui ci rendiamo conto che lo Svedese, come tutti noi, attraverso l’errore compie un percorso di maturazione e crescita.

Non a caso, con questa intuizione folgorante si suggella la riflessione dell’autore, a significare l’impossibilità di vivere senza cadute: «Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando».

(Andrea Pagani)