Spiego il titolo? Vetro come le ossa di Michel Petrucciani: una malattia che si chiama «osteogenesi imperfetta» e colpisce un bimbo su 50mila. Tasti: il pianoforte, è ovvio. Amori: tanti e tumultuosi. Miracoli: ne ha fatti moltissimi Petrucciani ma due purtroppo non gli sono riusciti… se ne parlerà alla fine.

Michel Petrucciani (Fair use by Wikipedia)

E ora la recensione del libro, anzi due “recessioni” cioè recensioni-riflessioni. La prima è riservata a chi ignora chi sia Petrucciani (è difficile ma può accadere); la seconda per chi lo conosce.

Prima recensione

Cominciate ad ascoltarlo… senza video. Qui a esempio >>>> (del lontanissimo 1988) c’è «There Will Never Be Another You»: 8 minuti e 27 secondi di un gran trio; con lui il contrabbasista Gary Peacock e il batterista Roy Haynes.

Fatto? Vi piace?

Adesso scoprite qualcos’altro su di lui: guardatelo in video e/o leggete la seconda recensione. Ascoltarlo senza video non è un giochino: serve solo a ricordare che l’opera (in questo caso le composizioni e/o esecuzioni jazz) e l’artista sono questioni diverse. Qualche giorno fa sulla “Bottega” ho scritto che intorno all’arte da sempre si addensa (come una nuvola) una mitologia: gli artisti maledetti, “nemo propheta in patria”, le droghe, gli amori fatali, la povertà e il successo improvviso… Talora è tutto vero (o quasi) mentre altre volte son balle. Spesso la “nuvola” soffoca l’artista: si parla più del mito che dell’opera (musica, quadro o libro che sia). Con il jazz ancor più: il razzismo – ma anche le buone intenzioni dell’antirazzismo – circondano artiste/i con la pelle detta “nera” fino al punto qualche volta di nascondere la loro musica. Io raccomando allora (talvolta lo urlo): “d’accordo le tragedie, la storia, il contesto… ma l’arte (in questo caso il jazz) al primo posto». Fu forse «peggio di un bastardo» Charles Mingus, fu quasi uccisa Bille Holiday… ma oltre a sapere chi erano sentite cosa vi dicono. Naturalmente ci sono le eccezioni: l’uomo Petrucciani è importante quanto il musicista. Si intuisce guardandolo in video e meglio si capisce leggendo il bel libro di Vanni Masala e Marilena Pasini “Io sono Michel Petrucciani”. Che fra l’altro ha una bella prefazione di Paolo Fresu e un ricordo di Alexandre Petrucciani, musicista anche lui.

Seconda recensione

Una storia bella e difficile ma troppo breve. Inizia il 6 gennaio 1939 e si chiude il 28 dicembre 1962. Sono molto bravi Vanni Masala (con le parole) e Marilena Pasini (con i disegni) a raccontare Michel Petrucciani senza retorica. Un bambino nato con «le ossa di vetro», alto solo 2 centimetri più di un metro ma con le mani grandi. Già a 3 anni mostra «una particolare predisposizione per la musica». Dice al padre: «Io voglio essere come Duke Ellington». Come pianista ci riuscirà; forse non sarà all’altezza del “Duca” come compositore e leader anche se comunque ci lascerà 141 brani scritti da lui.

Saltando molte pagine del libro – con una vita da “cobra” e moltissimi amori – arrivo al trionfo di Petrucciani: «a soli 22 anni ha già suonato con Freddie Hubbard, Joe Henderson, Dizzy Gillespie e ha accompagnato Sarah Vaughan». Non è ancora finita. «Nel 1987 tiene oltre 120 concerti in tutto il mondo. Nel 1988 le esibizioni saranno 140». Difficile fare di più ma lui ci proverà.

Forse le parole più belle su Michel Petrucciani le ha detto il grande sassofonista Wayne Shorter che con lui ha suonato più volte: «C’è un sacco di gente cresciuta e cosiddetta normale. […] Ma vivono vite senza braccia, senza gambe, senza cervello […] Michel era un grande musicista anche perchè era un grande essere umano».

Quasi sovrumano potremmo dire se guardiamo ai suoi “miracoli”: si rompe in continuazione (le maledette «ossa di vetro»)… solo nel 1996 l’anca, il tendine, «poi fratture a ripetizione alle dita, alla spalla, all’avambraccio, all’osso pelvico. E ancora la clavicola, un polso…». Deve riposarsi e curarsi. I medici gli consigliano di smettere e lui risponde: «Non sto bene, provo dolore ma se mi impedite di suonare morirò. Ne ho bisogno come dell’acqua, non posso fermarmi».

Due miracoli però che non gli riescono.

Il primo è far ballare il papa e i cardinali: però ci va vicinissimo (il 27 settembre 1997 a un concerto che sarà trasmesso in mondovisione) e infatti «i monsignori si muovevano a ritmo, con le sottane che cominciavano a ondeggiare».

Il secondo miracolo non realizzato è il più importante: aveva promesso (ridendo) di arrivare a 100 anni per raccontare la sua lunga vita. Si è fermato a soli 36 anni. Però, prima di andarsene, ci aveva sorriso così: «La mia vita non è stata breve. Ho solo vissuto più velocemente degli altri».