Imola. Il viaggio nelle aree terremotate del Centro Italia continua lasciando l’Umbria ed entrando nelle Marche attraverso la strada che dal Monte Vettore scende nella Valle del Tronto. Pochi ripidi chilometri e si passa dai paesaggi alpini delle vette dei Sibillini alle atmosfere adriatiche del fiume Tronto che scende verso Ascoli Piceno e l’Adriatico.

Anche se l’occhio si perde tra gli orizzonti lontani e la natura selvaggia, la ferita inferta dal sisma cattura lo sguardo come una calamita. Un taglio profondo attraversa un intero versante. E’ la parte superficiale di una delle grandi faglie che hanno generato il terremoto. Una spaccatura nella montagna lunga più di 25 chilometri.

Il primo paese che si incontra scendendo è Pretare, frazione del Comune di Arquata del Tronto. Qua il silenzio si fa paura, la distruzione è evidente come in nessun altro luogo visto fino a questo momento. Più che un terremoto sembra la distruzione provocata da una guerra. Le case sventrare ricordano quelle immagini terribili delle città siriane distrutte da anni di combattimento. Qua nulla ha resistito al sisma. Tutto sembra abbandonato, morto per sempre. Gli unici segni di vita sono le recinzioni che impediscono di avvicinarsi alle case crollate ed i ponteggi di contenimento costruiti per salvare quel poco che rimane.

Mi colpisce in primo luogo quello che doveva essere il centro del piccolo borgo. La chiesa è avvolta in un grande involucro di legno e metallo. La casa affianco è esattamente come doveva essere sei anni fa. Nessuno si è preso la briga neppure di rimuovere le macerie. Tra le pareti crollate si vedono ancora i mobili e oggetti di vita quotidiana. Il mio sguardo è catturato da due oggetti che sicuramente sono stati trafugati da qualche abitazione e gettati poco lontani: una cassaforte sfondata e un baule pieno di oggetti. Dentro stoffe, vestiti, oggetti consumati dalla pioggia. Su tutto spicca una collana, forse un vecchio rosario. Il mio compagno di viaggio decide di prenderla, per non dimenticare quella devastazione, per ridare un senso a quell’oggetto perduto. Dopo 6 anni all’aria aperta non credo il padrone verrà a rivendicarla. Quella collana/rosario è per noi un simbolo potente di questa tragedia e per questo, pochi giorni dopo, decidiamo di lasciarla appesa alla croce sulla cima del Gran Sasso. Sperando che dalla cima più alta dell’Appennino la voce di Pretare e degli altri borghi distrutti e dimenticati possa arrivare più forte a chi può e deve salvarle.

Anche se piccola, Pretare doveva essere un paesino grazioso che viveva di turismo. Molti gli hotel che si affacciano sulla strada. Tutti crollati, nessuno aperto. Alcuni giovani escursionisti “resistenti” si aggirano per il paese alla ricerca di un luogo in cui montare le tende per la sera. Stanno percorrendo il “Cammino delle Terre Mutate” (LINK), un percorso da Fabriano a l’Aquila attraverso le aree maggiormente colpite dal sisma. Un percorso in 14 tappe da fare sia a piedi che in bici sempre più popolare. Un nuovo tassello della ricostruzione che sta ridando speranza a questo territorio. Saranno molte le persone che incontreremo lungo il nostro viaggio impegnate in questo cammino. Una di esse lo riassumerà così: “un cammino duro non solo per il dislivello e la fatica, ma anche per lo sconforto che ti lascia vedere tutto ancora distrutto”.

La distruzione di Pretare del resto era scritta nelle sue storia. Qui infatti si colloca il luogo mitico in cui è ambientata la leggenda delle fate a servizio della Sibilla e del suo amato Guerrin Meschino. Era la storia al centro di uno dei libri più popolari del quattrocento italiano. Secondo questo racconto la Sibilla, gelosa delle sue fate, fece franare dal Vettore una valanga di terra e pietre che seppellì l’antico paese di Pretare. Una specie di sortilegio antico che il terremoto del 2016 ha reso una triste realtà. E che non ha risparmiato nulla. Mi aggiro tra le case ma non c’è nulla che sia sopravvissuto, edificio antico o moderno. Tutto crollato. Una devastazione totale.

A proteggere questo silenzio e questa distruzione due manichini. Sono appesi ad un bel cancello che non porta più a nulla. Dietro di esso l’edificio non esiste più, è solo un cumulo di pietre diligentemente accatastate e suddivise per forma e dimensione. Forse un tentativo di ricostruire qualcosa appena sarà possibile. Al momento, a 6 anni dal sisma, chi ha deciso di restare vive ancora nelle casette di legno costruite durante la fase di emergenza. Come i due manichini, le case di legno dei vivi vegliano su un paesaggio di sole macerie.

Lasciamo Pretare e continuiamo a scendere verso valle. Prima di arrivare al borgo vero e proprio, incontriamo un’altra piccola frazione, Piedilama. Anche qui solo macerie, ma almeno c’è un piccolo bar dentro un container ad offrire un precario ma prezioso punto di appoggio per gli abitanti che non sono scappati. “Sono rimasti solo gli anziani che non hanno avuto la forza di andarsene. E io.” dice ridendo la barista. Ed effettivamente facendo due passi tra le casette di legno la mancanza di giovani è evidente. L’età media è sopra gli 80 anni. Gli unici giovani sono alcuni cacciatori che al bar parlano di funghi ma che provengono da valle.

L’edificio più impressionante è la chiesa all’ingresso del paese, intitolata alla Madonna della Pace. E’ come se la mano di un gigante avesse strappato via l’abside dall’edificio. Tirando con forza disumana ha strappato la pietra viva, lasciando a penzolare l’anima in metallo che reggeva l’edificio. L’effetto scenico è degno di un regista hollywoodiano: decine di fili metallici che penzolano dall’alto in direzione del sole calante. Pezzi di muratura volano, sospesi nel vento e gravano minacciosi su quello che doveva essere l’altare. Le pitture absidali sono ormai gli alberi e la linea lontana dell’orizzonte. Il tragico spettacolo è completato dai banchi della chiesa abbandonati, con selve di pietre tutto attorno come fedeli addormentati. Anche il bel confessionale in legno è ancora lì, vuoto come tutto in questi paesi. Un’immagine difficile da dimenticare.

Scendendo ancora, si arriva al Comune di Arquata del Tronto. O sarebbe meglio dire si arrivava. Il ponte che conduce al borgo è chiuso, divieto di avvinarsi. Le forze dell’ordine presidiano le vie di accesso. Andiamo a cercare su internet qualche foto e capiamo immediatamente: il borgo non esiste più. Questa è una delle zone in cui il sisma ha colpito più forte. Il borgo è come franato lungo le pendici scoscese su cui era stato costruito. Andando oltre e risalendo la valle del Tronto si arriva ad Accumuli e Amatrice, i tristi simboli di quei maledetti giorni. Anche lungo questa strada che risale la valle, la devastazione è totale, ovunque case sventrate e dimenticate. La riflessione è sempre la stessa: ma possibile che in sei anni nulla sia cambiato, che tutto sia ancora immobile?

In questa devastazione si stanno però accendendo piccole fiammelle di luce, eroi veri che hanno deciso non solo di restare ma anche di ripartire, reinventandosi e lottando contro le tante avversità naturali e umane. “Il nostro vero nemico è la burocrazia” ci racconta alla sera la proprietaria dell’Agri Campeggio in cui pernottiamo la notte, Alta Montagna Bio, Comune di Accumuli. Non solo la burocrazia della ricostruzione. Ma anche la burocrazia ordinaria di chi ha bisogno di un permesso per attivare nuovi posti letto nel proprio terreno. “E’ da più di un anno che aspettiamo l’autorizzazione per ampliare i nostri posti letto riutilizzando alcune casette in legno”. L’accoglienza di questa famiglia che ha deciso di rimanere poco fuori Accumuli ha dell’eroico. La loro resistenza si fonda sulla vendita di prodotti agricoli, in particolare carne molto apprezzata a Roma. Ed ospitalità genuina, soprattutto per gli escursionisti in viaggio lungo il “Cammino delle Terre Mutate” che fa sosta proprio qui. Oltre a noi e altri turisti (tra cui due olandesi che innamorati del posto hanno deciso di rimanere), arriva un gruppo di escursionisti scortati da alcuni asinelli che portano gli zaini. Alla sera, oltre alle chiacchiere da bivacco, partono canti e balli. La linfa vitale torna a scorrere in queste terre martoriate. Voci, balli e sorrisi che più di ogni parola fanno capire l’importanza di ricostruire questi borghi, come erano e dove erano. Perché queste case e queste persone sono l’anima senza la quale questi territori saranno persi per sempre.

Con l’arrivo all’Aquila, ultima tappa di questo viaggio, la speranza di rivedere fiorire queste terre si è fatta ancora più forte. Come in una guerra di trincea, all’Aquila la linea della devastazione viene rimandata indietro giorno dopo giorno. Il centro storico sta rinascendo, i simboli della città sono più splendenti di prima. La città è tornata a vivere, rinasceranno anche i borghi dell’Appennino?  Il viaggio continua con l’ultima tappa abruzzese alla ricerca dei luoghi in cui la speranza sta rinascendo.

LINK alla prima tappa, Norcia

LINK alla seconda tappa, I Sibillini

(Denis Grasso)