Andrea Pagani

Non è un caso che la penna di Elmore Leonard si sia prestata al cinema: al talento filmico di registi del calibro di Quentin Tarantino e Steven Soderbergh. Ciò che sbalordisce, infatti, della scrittura di Leonard è la potenza dei dialoghi, la capacità di far ruotare e maturare un’intera azione narrativa attorno ad una poliedricità di voci, ad un gioco inesauribile, a volte vertiginoso, di punti di vista e di forme espressive diverse, proprio come una sceneggiatura cinematografica.

L’effetto diventa ancora più sorprendente in un romanzo come Tishomingo blues (Einaudi, Torino, 2003), costruito sul moltiplicarsi di trame e su un groviglio di complotti che s’infittiscono senza tuttavia mai destare confusione nel lettore, proprio perché filtrati dalla voce di personaggi ben caratterizzati, distinti, ognuno col suo accento particolare, attraverso dialoghi secchi e veloci, come se fossero «tagliati con l’accetta e sparati da un fucile» (Igor De Amicis).

Un tuffatore dalle eccezionali abilità di nome Dennis, durante uno dei suoi ultimi ingaggi a Tunica, nel Mississipi, dall’alto della sua torre di venticinque metri vede due loschi personaggi uccidere il suo nuovo inserviente. Da quel momento le cose si complicano. Un gangster nero, di nome Robert Taylor, dall’eloquio forbito e dall’intelligenza raffinata, amante delle donne, diventa il patner di Dennis in un’avventurosa investigazione, fra traffici di droga e ricostruzioni storiche delle battaglie della Guerra civile americana, sparatorie e inseguimenti. Sono solo alcuni elementi di un complesso intreccio narrativo, da capogiro, eppure reso scorrevole e leggero dalla forza dei dialoghi, in una rete irresistibile, spesso ironica, dove il crudo realismo scivola ben presto in atmosfere surreali e stralunate.

Del resto, la lucidità magistrale delle battute, rapide ed esatte (restituite egregiamente dalla traduzione di Wu Ming 1), si rispecchia nell’elegante freddezza del protagonista: un tuffatore professionista, dal passato tranquillo, che si trova a vestire panni del detective con imperturbabile impassibilità, cinico e disincantato, anche in situazioni d’una grottesca violenza degne del miglior Tarantino.

Leggere Leonard, per certi versi, assomiglia ad ascoltare certi pezzi jazz dal ritmo strabiliante, che ti tengono incollato alla sedia e ti ammaliano d’una ebrezza travolgente.

Un grande scrittore, forse il migliore crime writer del nostro tempo, che alla bellezza di 80 anni suonati, con oltre 40 romanzi e 50 racconti al suo attivo, arzillo più che mai, in un’intervista, parlando della città che aveva eletto come capitale dei suoi libri e della sua vita (Detroit), ebbe a dire: «mi piace descrivere l’atmosfera di una città attraverso il personaggio, con la sua voce, scomparendo, senza intromettermi: ecco perché quando rileggo una pagina e mi sembra “scritta” significa che deve essere riscritta».

Scopri il progetto complessivo >>>>

Vai all’archivio dello “Scaffale” >>>>

Cerchi il libro? >>>>

(Andrea Pagani)