Andrea Pagani

Ci sono alcuni incipit narrativi così folgoranti da rimanere scolpiti nella storia: da diventare, cioè, emblematici non solo per la comprensione del romanzo, ma anche, più in generale, della sensibilità di un’intera cultura.
È stato così, di certo, per l’indimenticabile apertura di Anna Karenina di Tolstoj («Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo»). E in qualche misura è così anche per l’invitante, e anche un po’ misterioso, inizio di Correzioni (Einaudi, Torino, 2002, traduzione di Silvia Pareschi) di Jonathan Franzen: «Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria».

Cosa ci suggerisce questo incipit? Ci immette, da subito, nell’atmosfera del precipizio. Ci introduce al senso di catastrofe che si abbatterà, da lì a poco, nella quieta e rassicurante quotidianità d’una famiglia borghese del Midwest americano. Il motore della crisi parte dall’idea della protagonista del romanzo, Enid Lambert, che, proprio come capita in certi film di Ingmar Bergman o del movimento cinematografico danese Dogma 95 (Lars von Trier e Thomas Vinterberg), decide di riunire per un ultimo grande Natale tutta la sua famiglia.

 

Si mette in moto, così, un corto circuito impazzito, dove vengono a galla con ineludibile evidenza le contraddizioni, i coni d’ombra, i precari equilibri che tiene in piedi l’ingannevole perbenismo del consorzio familiare (e più estensivamente sociale). Una ad una crollano le certezze e le false illusioni dei vari personaggi che gravitano attorno a Enid, abile manipolatrice: il marito Alfred, introverso e dispotico, ingegnere in pensione di una compagnia ferroviaria, in preda al Parkinson insorgente che preferisce ignorare; il figlio Gary, dirigente di banca, nevrotico e materialista, sposato con una donna egoista che lo ha portato alla depressione; la figlia Denise, chef di successo con tendenze omosessuali, invischiata in relazioni travagliate che continua a ripetersi «questa volta sarà diverso»; il secondogenito Chip, beniamino del padre Alfred, intellettuale cacciato dal college per aver sedotto un’allieva e intento a riscrivere ossessivamente e inconcludentemente la stessa sceneggiatura.

Una famiglia, insomma – per richiamare il titolo del romanzo – che nel corso della propria storia ha condotto continue “correzioni”: ogni volta che l’impalcatura della “giusta condotta” scricchiolava, i componenti della famiglia si sono applicati a correggere la propria direzione, in modo da irreggimentarsi sul binario della normalità istituita.

Ma il temporale annunciato nelle prime righe del libro spazzerà via le loro certezze.

In altre parole, Franzen, con questo modello di romanzo post-modernista, penetra senza pietà, ma con garbo ed eleganza, senza schematici giudizi ed anzi con tenera umanità e leggero umorismo, le dinamiche della società americana consumistica, nel pieno dell’ottimismo degli anni Ottanta, osservandola con un occhio di comprensiva indulgenza. Sarebbe un errore, infatti, attribuire alla poetica di Franzen un tono amaro e nichilista, senza speranza, come in certe pagine del collega De Lillo, giacché, a ben vedere, la problematicità dei personaggi di Franzen li porta ad un percorso di crisi ma anche di cambiamento e, alla resa dei conti, di maturazione. Una sorta di “segnale d’allarme”, come ci suggerisce questo passaggio rivelatore dell’inquietudine di Gary: «Molto spesso Gary aveva la sensazione che ci fosse qualcosa di sgradevole che la sua famiglia voleva dimenticare, qualcosa che solo lui insisteva a ricordare: e questa sensazione era un Segnale d’Allarme».

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(Andrea Pagani)