Imola. “Il realismo senza principi è cieco, i principi privi del realismo sono un’utopia. L’utopia deve camminare con i piedi della ragione, e quindi con il realismo. Ecco l’insegnamento di Einaudi, ecco lo sforzo che in nome di questo insegnamento quotidianamente cerchiamo di sviluppare nel nostro lavoro anche lontano dalla politica e dalle istituzioni”. Con queste parole, lungamente applaudite, si è concluso l’intervento di Antonio Patuelli venerdì 5 novembre in una sala con tutto esaurito dell’hotel Molino Rosso di Imola, nell’ambito dell’iniziativa “L’attualità del pensiero di Luigi Einaudi sull’economia e le istituzioni” organizzato dal Centro studi “Luigi Einaudi” di Imola, con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola e la collaborazione dell’Associazione liberi professionisti e lavoratori autonomi “Giovanni Codronchi Argeli”.

“Con persone di grande spessore come Cottarelli, che abbiamo ospitato prima della pandemia, e, oggi, Patuelli non è difficile riempire le sale – ha affermato Francesco Corrado, presidente del Centro studi Einaudi Imola -. Sono persone piene di cultura, talmente piene di cultura che è un piacere ascoltarle. I temi trattati in questa serata, in particolare quelli relativi alle libertà, molto importanti in questo periodo di pandemia, perché si rischia di confondere la libertà con quella propria senza pensare a quella degli altri. Molti diritti e pochi doveri, ma il nostro diritto finisce nel momento in cui entra in gioco il diritto dell’altro. Occorre recuperare un senso del vivere insieme, del vivere in una comunità”.

“Questa è certamente un’occasione importante per tutta la città, in un momento in cui sono necessarie riflessioni profonde – ha detto Rodolfo Ortolani, Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Imola -. Siamo testimoni di cambiamenti epocali, la pandemia ci obbliga a cambiamenti, l’ambiente ci chiede cambiamenti, li chiede l’economia, che sta vivendo un apparentemente sereno. Ma dobbiamo essere consapevoli che esistono fenomeni geopolitici su scala mondiale che possono rappresentare grandi pericoli. Noi viviamo in questo contesto e avere queste opportunità di riflessione ci aiuta a capire e a vivere questi momenti. Proprio, come diceva Einaudi, a ‘conoscere per deliberare’, una frase più che mai attuale. La Fondazione è sicuramente uno strumento di erogazione che può aiutare tante realtà, ma abbiamo anche l’ambizione di essere noi stessi di stimolo per mettere in campo riflessione come queste”.

Nel suo saluto il sindaco di Imola, Marco Panieri, ha sottolineato come il tema della serata sia di grande attualità perché aiuta “a capire anche la situazione che oggi stiamo vivendo, dove il concetto di libertà appare molto confuso, dove si pensa che la libertà sia unicamente quella personale, e non anche quella degli altri. Le parole di Patuelli ci obbligano a riflettere, mettono in campo concetti ed elementi dal quale le istituzioni, il mondo economico e associativo non possono prescindere. Ci aiutino anche ad affrontare il quotidiano con uno sguardo un po’ diverso e magari tenendo in mente alcune parole che reputo oggi molto importanti per il bagaglio di ogni amministratore pubblico: l’intelligenza, l’operosità, la sobrietà, il rispetto per le idee altrui e il rifiuto degli odi sociali”.

Da sinistra: Pierangelo Raffini, Antonio Patuelli, Francesco Corrado, Rodolfo Ortolani, Marco Panieri, Wanessa Grandi

Infine, prima delle parole di Patuelli, l’annuncio da parte di Wanessa Grandi, Presidente dell’Associazione liberi professionisti e lavoratori autonomi “Giovanni Codronchi Argeli”. “In questa serata così importante per i temi trattati e anche per la possibilità di ritrovarci in presenza dopo tanto tempo, annuncio con piacere che il 30 di novembre, alle ore 18 al Molino Rosso, la nostra associazione organizzerà un altro momento di riflessione importante sulle problematiche che sono sorte in questi due anni di pandemia, riflessioni che crediamo possano stimolare un confronto positivo e costruttivo”.

L’intervento di Antonio Patuelli

L’intervento di Antoni Patuelli

Il Presidente dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI) e del Gruppo Cassa di Risparmio di Ravenna, nel suo intervento, ha voluto ricordare, attualizzandoli, la figura e gli insegnamenti di Luigi Einaudi, nel momento in cui, venerdì 12 novembre a Torino, nella Fondazione a lui intitolata, sarà celebrato il sessantesimo della scomparsa, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Luigi Einaudi è uno dei punti di riferimenti più elevati della nostra Repubblica, non solo del passato, ma anche per il presente e il futuro. Di lui ricordiamo spesso il concetto ‘Conoscere per deliberare’, proviamo allora a svilupparlo. E per farlo non si può che partire dal metodo. Il metodo del ragionamento, il metodo della ragione, il metodo dell’approfondimento, il metodo dello spirito critico nell’analisi dei problemi. Insomma il metodo einaudiano che parte dell’analisi di fatti specifici, dall’esperienza diretta non dalle teorie. Un metodo mai irrispettoso delle opinioni altrui anche nel dissenso, un metodo che fa della dialettica delle idee una delle fasi fondamentali. Idee e non ideologie che oggi vengono confuse nella quotidianità. La conoscenza non passa dal marketing, l’analisi sociale non si fa con i sondaggi d’opinione. Questo è un metodo che non condivido, innanzitutto dal punto di vista sperimentale. Noi dobbiamo perseguire l’utopia col metodo della Ragione, con la concretezza della progressività delle possibilità umane, non dobbiamo stare in coda ai fenomeni. Bene allora la dialettica delle idee che rifugge da ogni invettiva, oggi molto di moda, che non produce passi in avanti.

Le libertà

Noi dobbiamo avere delle idee sulla base del metodo del ragionamento. Questo è il punto sul quale Einaudi ebbe una profonda discussione con Benedetto Croce. Il dibattito era su dove collocare le libertà economiche nella catena delle libertà. Le libertà attuali sono una catena inscindibile, sono fondamentalmente connesse tra loro, non esistono libertà economiche senza libertà civili, non esistono libertà civili ed economiche senza libertà sociali e senza garanzie sociali e garanzie di tutela ambientale. Poi come si applicano i principi è la quotidianità dello sforzo dell’utopia, che si persegue col metodo della ragione. Principi che non vengono affermati una volta per tutti ma vengono perseguiti nella quotidianità all’infinito.

Dei diritti e dei doveri

Faccio riferimento a Giuseppe Mazzini che in ordine citava i doveri e i diritti. Perché i diritti senza doveri non stanno in piedi. Un mondo con soli diritti e nessun dovere non è possibile.

Faccio un esempio. Nell’ultimo numero di Civiltà Cattolica, un’autorevolissima rivista di cultura, vengono analizzati i problemi del web, segnalando come regni l’anonimato e l’anarchia, dove manca qualsiasi regola e non vi è responsabilità individuale. Quindi il web da strumento di libertà, quale si è palesato all’inizio e quale ancora lo è per coloro che lo fruiscono in maniera corretta, diventa uno strumento di devianza basato sull’estremismo dell’individualismo, dove si pensa che l’individuo possa fare tutto protetto dall’anonimato, in un mondo senza regole. Questa non è la civiltà costituzionale che noi abbiamo in mente e che pratichiamo. Il web deve essere costituzionalizzato. Non c’è scritto da nessuna parte che i reati se compiuti sul web non sono più reati. Ed oggi stiamo vivendo questo individualismo egoista ed estremista nel rispetto e nella tutela della salute, un fenomeno non solo italiano, che nasce e si sviluppa sul web e che trova terreno fertile in una tradizione di diffidenza che è sempre esistita nei confronti dei progressi della ricerca scientifica e della medicina.

Non rispettare la salute altrui, non vaccinandosi, ad esempio, ma al tempo stesso non essere un eremita, è un atto di violenza. Se uno non si isola dal mondo deve anche rispettare le libertà altrui, come pretende che gli altri rispettino le sue. Ecco, quindi, che le libertà sono un qualcosa che non viene affermato una volta per tutte, ma devono essere perseguite nella quotidianità come fine strategico in positivo delle nostre vite individuali, Indipendentemente dalle convinzioni politiche o religiose che si possono avere, e il minimo comun denominatore è la prima parte della Costituzione della Repubblica. Non è un caso che il primo Presidente della Repubblica dopo l’approvazione della Costituzione sia stato proprio Luigi Einaudi.

La persona Luigi Einaudi

L’uomo Einaudi non è mai stato arrogante, mai verbalmente violento, rispettoso sempre dell’idea altrui, seppur nella dialettica. Semmai molto prudente. Quando De Gasperi gli mandò il giovane Andreotti per chiedergli se era disponibile a fare il Presidente della Repubblica, dopo che i franchi tiratori riuscirono a non fare eleggere Carlo Sforza, la prima scelta di De Gasperi, e dopo il rifiuto di Benedetto Croce, gli ripeté diverse volte ‘se proprio volete…, se proprio volete. Io sono anche claudicante, non riuscirei nemmeno a passare in rassegna i militari’. Andreotti, con le sue capacità lo convinse, così abbiamo avuto per sette anni un Presidente della Repubblica che andava ovunque accompagnato dal suo bastone. A pochi chilometri da Imola, in quel di Molinella, ci fu una delle presenze più emblematiche in termini culturali e spirituali di Einaudi. Si celebravano i funerali di Giuseppe Massarenti, uno dei capi della Cooperazione, uno di coloro che avevano resistito alla dittatura e anche alla trasformazione della cooperazione in corporativismo. Ebbene a Molinella arrivò il vecchio Einaudi, Presidente della Repubblica, in un pomeriggio nebbioso come non ce ne sono più, e seguì il feretro con il suo bastoncino portando sulla sua persona tutta la dignità della Repubblica, che non è altezzosità, né fisicità, ma moralità e intransigenza morale.

Questa è la sua storia, la storia di uno studioso, innanzitutto di un agricoltore, perché veniva da quel mondo. Einaudi viveva facendo il professore, era uno scrittore, la sua grande passione era scrivere, la sua è una bibliografia infinita. Einaudi da professore e da persona fu maestro di intransigenza morale. Venne nominato senatore nel 1919 dall’allora Presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti. Einaudi era l’antitesi dell’insolenza e della violenza verbale, del non rispetto delle regole. Quattro giorni dopo la caduta del fascismo del 25 luglio 1943, venne eletto rettore dell’università di Torino, ma dopo 45 giorni, con l’ 8 settembre, gli viene consigliato di lasciare il rettorato, così con la moglie e alcuni fedelissimi deve rifugiarsi in Svizzera, dove scrive delle riviste internazionali e comincia a pensare alla ricostruzione dell’Italia. Quando l’Italia era divisa in due il governo di Ivanoe Bonomi lo nominò Governatore della Banca d’Italia e lui con un viaggio molto avventuroso raggiunse Roma dalla Svizzera e divenne l’artefice del salvataggio della lira. Einaudi nella Costituente si occupa dei Principi fondanti e nel 1948 venne eletto Presidente della Repubblica. E gli diede uno stile, anche se a volte è stato parzialmente deviato. Condusse una vita spartana, è rimasto famoso questo aneddoto: quando aveva un invitato a pranzo al Quirinale, e non voleva mangiare una mela o una pera intera, chiedeva al suo commensale se gli interessava l’altro mezzo frutto. Oggi nelle memorie quel periodo è ricordato anche per l’importanza delle mezze mele.

Gli ultimi sei anni della sua vita sono stati incentrati sulla scrittura, sono passati alla storia come gli anni delle Prediche inutili e de Le prediche della domenica, ambedue edite da Einaudi, che, chiaramente, sono tutt’altro che prediche inutili, sono codificazioni di principi che fanno riferimento non dell’astrattezza, ma al reale.