Fare il tifo per la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima di Glasgow (Cop26) e per il G20 di Roma, dove si sono sottoscritti i “patti” per la lotta al Global Warming che (si spera) ci terranno lontani da “soglie” pericolose, è doverosamente d’obbligo ma bisognerà anche lasciare tanto spazio a scienza, tecnologia e nuove abitudini dove nessuno (cittadini, governi e imprese) dovrà chiamarsi fuori perché la natura dà molto ma pretende a sua volta molto rispetto; diventerà indispensabile saper interagire con “altri” che assieme a noi condividono il Pianeta, un qualcosa che le nostre generazioni “anta” hanno col tempo via via perso ma che è ben presente (fortunatamente) nelle specifiche spontaneità delle nuove generazioni appena affacciatesi ad un mondo (un po’ troppo moderno) che ancora non ha spazzato via in loro la curiosità di esplorare autonomamente, compresa l’innata attrazione che questi giovanissimi hanno verso la natura che non necessariamente dovrà riguardare soltanto quella di boschi e prati con scarponi e binocolo.

Una delle questioni più “spinose” nella lotta al Global Warming è quella di proteggere l’ambiente quando 1,3 miliardi di persone nel mondo non hanno elettricità e vivono in case di paglia come in Burkina Faso, loro hanno povertà e fame e pensano a mangiare sognando una cucina, non gli alberi intorno; all’oggi la “medicina” più semplicistica (e realistica) indica in questi casi di soddisfare i bisogni primari poi si curerà l’ambiente perché, a differenza del passato, si sa cosa fare per costruire un futuro sicuro e migliore gestendo al meglio le foreste e le risorse idriche anche grazie alla partecipazione individuale di cui ogni cittadino dispone, a cominciare dal voto, sulla eco-sostenibilità ossia l’opportunità di consumare rispettando l’ambiente e le risorse senza andare oltre ciò che la Terra offre.

Se però non saranno i governi a salvare (subito) il Pianeta, il nostro stile di vita quotidiano può dare una mano e fare molto malgrado difetti e manchevolezze, purtroppo anche se siamo d’accordo che il cambiamento climatico è causato dalle attività umane è per noi sempre difficile correggere tanti atteggiamenti a cui siamo abituati e alla fine facciamo poco, non insegnando così nulla di buono alle generazioni future, dimenticando che la responsabilità del Pianeta è affar nostro, che siamo noi che votiamo e pianifichiamo i voli aerei e che perciò toccherebbe a noi correggere la situazione.

Ben venga perciò (anche) Greta Thumberg che di questi tempi è la persona più importante del Pianeta per la lotta al Global Warming, anche se a molti non piace su tante tematiche ha ragione e sta “spendendosi” a tutto tondo mettendoci la faccia, sta risvegliando coscienze quando denuncia alla stessa maniera sia “l’abbastanza” che “il di più” e fa sua tanto una rivoluzione quanto paradossalmente il suo opposto quando ricorda che a conservare in buona salute il Pianeta serve anche un futuro di alimentazione e agricoltura del passato e (forse) vivere un po’ alla maniera dei nostri nonni e bisnonni.

Argomenti caldi questi, al pari di quelli riguardanti la pandemia che ha innescato la crisi economica, che hanno scatenato un “richiamo all’ordine” sul tema dell’emergenza climatica durante il G20 e il Cop26 anche se secondo Greta tutto questo “bla bla bla” non servirà nè a contrastare il Global Warming nè a invertire le concentrazioni di CO2 in atmosfera, attestate dal 2018 a quasi 410 parti per milione (ppm).

A dar manforte alle convinzioni della giovane ecologista svedese tanti di quelli che ne capiscono di clima in considerazione che Ue, Cina e Usa hanno fissato soltanto fra qualche decennio la “neutralità” fra le emissioni di CO2 emesse e quelle eliminate, con addirittura l’India che (per ora) non ha sottoscritto nessun impegno su ciò; per ora quindi non si taglierà l’uso del carbone né si frenerà l’emissione di CO2 nell’atmosfera da parte di questi Paesi, che risultano fra quelli che inquinano maggiormente e che così facendo vanificano ancora a lungo la mission di salvare il Pianeta “presto e bene”.

In questo quadro pessimistico gli obiettivi della Cop 21 tenutasi a Parigi nel 2015, dove tutti i Paesi accettarono di collaborare per limitare l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi, limitandolo a 1,5, sembrano passati nel dimenticatoio; quel Cop 21 fu qualcosa di epocale perchè per la prima volta tutti i 196 Paesi del mondo capirono, collaborarono e negoziarono la priorità globale dell’emergenza climatica del Pianeta, in primis i Paesi del G20 che da soli emettono l’80% delle emissioni globali di gas serra e quelli della macro-area “Asia” capofila delle emissioni di CO2 (20 miliardi di tonnellate annue), con le altre del resto del mondo (Nordamerica, Europa, Sudamerica, Africa e Oceania) “osservate speciali” fra dubbi e confusione, in una guerra al Global Warming che (come oggi) già allora sembrò già persa.

(Giuseppe Vassura)