The French Dispatch”, l’ultima fatica di Wes Anderson, presentato al Festival di Cannes e girato tra il 2018 e il 2019 in un paesino della Francia, è dall’11 novembre al cinema.

Si tratta di un’antologia di racconti che, con maestria creativa, vengono proposti all’interno di un’originale cornice. Il titolo del film è infatti il nome di un supplemento settimanale di un quotidiano del Kansas che riporta eventi ed usanze di un piccolo paesino francese tra il 1925 e il 1975. Direttore ed editore della rivista è Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray): americano, figlio del proprietario del giornale, cinico e a tratti magnanimo, nel cui ufficio compare un laconico “Non piangere”, apre e chiude la pellicola durante la quale seguiamo la composizione dell’ultimo numero di “The French Dispatch”.

La storia è divisa in quattro capitoli, anzi articoli, tanti quanti gli scrittori, che ci guidano tramite l’utilizzo della voce narrante. Mentre ascoltiamo le parole dei giornalisti, vengono proposti, alternatamente in bianco e nero e a colori, gli eventi descritti, con fedele trasposizione. Questa è forse la scelta che non convince di “The French Dispatch”: il film insegue gli eventi con fare giornalistico, di cronaca, senza così aggiungere un piano introspettivo e sentimentale. La scelta risulta coerente con l’espediente narrativo (approfondire l’ultimo numero della rivista) ma ignora una caratteristica fondamentale del cinema: il coinvolgimento emotivo.

Lo stile trionfa. Anteposto di gran lunga al contenuto, Anderson vi si getta, esasperandolo nella cura per la composizione dell’inquadratura, per i movimenti geometrici della macchina da presa e per la scenografia. Il risultato è un film estetico, un’opera d’arte, certamente, che si perde però nella contemplazione di sé stessa.

Un grande affresco, si potrebbe dire, meravigliosamente eseguito, come quello di Moses (Benicio Del Toro), il pittore in carcere protagonista della seconda storia. Sembra assente il sentimento, che è invece ispirazione costante del pittore assassino, il cui amore per la guardia carceraria (Léa Seydoux) lo eleva e quasi lo redime dalla condizione in cui si ritrova. La storia di Moses, sebbene semplicemente descritta, risulta la più interessante del film in quanto è attraverso le sue opere che lo spettatore fantastica sui sentimenti del pittore. Mantenendo il paragone tra artisti, è difficile cogliere in Anderson una profondità di lettura: il suo amore, ai limiti dell’ossessività, sembra rivolto al rigore formale: tecnico e macchinoso. Si potrebbe pensare ad una volontà del regista di affermare una nuova poetica cinematografia, da sempre presente nella sua filmografia ed inaugurata apertamente in “Gran Budapest Hotel”, in cui sono i virtuosismi stilistici a toccare ed attrarre il pubblico.

Il regista non si fa mancare niente e ritaglia spazio anche per l’animazione, ulteriore raffinatezza del film. La realizzazione è accurata e divertente e riesce nell’intento di enfatizzare una realtà già di per sé surreale.

Il cast del film è più che maestoso. Oltre agli attori già citati, il film si avvale di Frances McDormand, Jeffrey Wright, Adrien Brody, Tilda Swinton, Timothée Chalamet, Saoirse Ronan, Owen Wilson, Mathieu Amalric, Lyna Khoudri, Elisabeth Moss, Willem Dafoe, Edward Norton, Christoph Waltz e Anjelica Huston. Impossibile non essere ammaliati dalla presenza di nomi di questo calibro che però, nella maggior parte dei casi, sono limitati dalla marginalità con cui vengono trattati i personaggi che interpretano. Le parti sono rapide, transitorie, e i dialoghi non presentano grande profondità. Così il film si accontenta di un contributo limitato, quasi da accessorio, come se gli attori fossero parte della scenografia che, come si è detto, è magnifica ed eclatante.

Il soggetto è originale ed interessante ma la sceneggiatura troppo cerebrale: nel film si ritrova la comicità tipica “andersoniana”, piacevole e pungente mentre non vengono sviluppati i momenti di introspezione.

The French Dispatch” rinuncia all’intimità, privilegiando la maestosità, volta a meravigliare più che ad emozionare.

(Leonardo Ricci Lucchi)