Bologna. La tornata elettorale bolognese per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale cittadino si è chiusa con un risultato nitido: 61,9% per il candidato dem Matteo Lepore, 29,64% per lo sfidante del centro-destra Fabio Battistini, in picchiata verso il basso le percentuali degli altri pretendenti alla poltrona purpurea.

Elemento atteso ma comunque allarmante, il dato dell’affluenza che si è attestato al 51,18% per il capoluogo emiliano. Una suggestione che può aiutare a visualizzare il quadro di quanto successo il 3 e 4 ottobre: dei 306.240 aventi diritto sul territorio, sono stati 97.023 i votanti che hanno eletto il sindaco. Appena il 31,6% dei bolognesi ha scelto attivamente Matteo Lepore attribuendogli l’incarico di primo cittadino. Le ragioni per questa diserzione di massa sono sicuramente molteplici, in una città che festeggia il patrono nel secondo giorno di apertura delle urne con conseguente allungamento del weekend, con una campagna elettorale mite e rassegnata, un vincitore delineato e sicuro.

La disillusione politica, ne abbiamo conferma una tornata elettorale dopo l’altra, apre un baratro tra elettori e aspiranti eletti ma non per questo possiamo sottovalutare l’impatto sull’astensione delle tematiche intorno alle quali si costruisce una campagna elettorale. Non uno tra i candidati ha scelto di inserire un piano di proposte concrete per il lavoro, né per quanto riguarda la sicurezza né tantomeno sul tema della trasparenza e dell’internalizzazione dei contratti a parità di lavoro svolto. Chi, inoccupato, inattivo, o sottopagato e sfruttato non ha una fonte di reddito che consente un sereno svolgersi della vita quotidiana, difficilmente si sarà sentito coinvolto da un piano operativo come quello proposto dai candidati.

La fuga di voti rispetto ai partiti mainstream non era realisticamente possibile nel quadro di offerta elettorale metropolitana. Di conseguenza, la precarizzazione del lavoro, la disoccupazione e la compressione dei redditi medi, storicamente associate a questo fenomeno, sono forzatamente sfociate nell’astensione tout court.

Svuotate le bisacce di voto del Movimento 5 Stelle, è facile capire dove siano confluiti i voti nel bolognese – e non solo – data l’alleanza organica che ha visto Bugani in cordata con il candidato del centro-sinistra, premiato con l’assessorato ai rapporti con il consiglio comunale, trasparenza, semplificazione, agenda digitale e servizi demografici. Le croci totalizzate in qualità di aspirante sindaco (differentemente da chi combatteva per le preferenze, più difficili da ottenere) sono meno di 5000 per il due volte consigliere comunale ma il gioco delle ripartizioni, ça va sans dire, deve derogare forzatamente al binomio maggior numero di voti – ottenimento della carica.

Rinsaldato il bipolarismo schietto di inizio millennio che vede due sole opzioni reali (centro-destra e centro-sinistra), sarebbe interessante soffermarsi sul perché una città che professa la sua avanguardia, il suo respiro europeo, non sia stata capace di esprimere candidati “terzi”, manifestazione di forze nuove e più convincenti che possano aggregare il voto di chi si è astenuto. Esempi fuori confine sono i partiti di impronta ecologica in Germania e nei Paesi scandinavi. Chi ci va più vicino – almeno come assetto valoriale – è coalizione civica coraggiosa che nonostante i numeri impressionanti della capogruppo (3541 volte Clancy), ora vicesindaca, registra un numero di preferenze totali sostanzialmente invariato rispetto alla tornata del 2016.

Veniamo ora alla giunta: dieci gli assessorati, due capi di gabinetto (Sergio Lo Giudice e Matilde Madrid), tre delegate invitate in giunta (Erika Capasso, Elena di Gioia e Rosa Grimaldi) e tre i consiglieri delegati del sindaco (Davide Celli, Cristina Ceretti e Mattia Santori). Chiudifila, i due consiglieri Manservisi e Berti Arnoaldi Veli che lavoreranno a fianco del sindaco senza percepire stipendio. La fotografia crea alcune perplessità rispetto a come possa un parlamentare come Rizzo Nervo, tuttora deputato attivo PD presso la Camera, dedicarsi scrupolosamente al ruolo di assessore e quale sia il senso nell’istituzionalizzare figure come quelle dei consiglieri delegati che svolgono de facto il ruolo di un assessore, senza tuttavia ricevere il corrispondente trattamento economico. Interrogato in conferenza stampa sul tema dei costi di mantenimento di questa compagine, il neosindaco si è smarcato.

Giunta allargata, si diceva, ma è il sindaco stesso a mantenere le deleghe “fortissime”, lavoro e sicurezza, e quelle emblematiche, come la cultura. La prospettiva che si delinea è quella di una figura accentratrice direttamente coinvolta in tutti processi deliberativi di peso. Nonostante le affermazioni di alcuni consiglieri, Evangelisti in primis, questo assetto non registrerà con ogni probabilità un’opposizione consistente, con la stessa Isabella Conti, sfidante alle primarie che parla di disegno metropolitano ed evita critiche concrete al neoeletto sindaco. In questo quadro, Lepore avrebbe l’opportunità di ridisegnare la città a partire dal commercio. Qualità e destinatari di questo settore, popolato di poche attività superstiti in un centro storico via via più simile a un grande duty free aeroportuale, devono essere resi oggetto di una nuovo tipo di visione, che possibilmente concili le potenzialità offerte dal turismo con l’identità genuina della città. Ci sono poi i macro temi quali la sicurezza e trasparenza nel mondo del lavoro, tristemente tornati alla ribalta a seguito dell’incidente mortale di Yafa Yaya, ragazzo di soli ventidue anni, lavoratore interinale collocato presso una cooperativa all’interporto.

È lavoro per le sigle sindacali, si potrebbe pensare, ma in un contesto in cui il loro approccio è più corporativo che combattivo e ripete stancamente lo schema morte sul lavoro – piazza di denuncia – silenzio, gli organi locali non possono esimersi dall’approcciare il tema, ripristinando in primo luogo trasparenza e regolarità dei contratti di lavoro. L’impressione è quella di un’immobilità dinamica nella quale il movimento coinvolge le frange mentre la struttura pulsante della città, ciò che dovrebbe essere ridisegnato con coraggio e visione del futuro, rimane fuori dalle aule di discussione perché troppo complesso, lungo, tortuoso e perché comporterebbe inevitabili scontri.

Nei mesi a venire vedremo delinearsi il piano di Lepore per la città di Bologna, quali e quanti saranno gli scossoni, nella speranza che tutte le energie non vengano spese per il mantenimento dell’intesa cordiale tra tutte e tutti. E se il tema del lavoro, vero e imprescindibile motore di dignità, tornerà oggetto di politica in città, forse vedremo anche un numero diverso di mani inserire schede nelle urne bolognesi del 2026.

(Alessia Muzzarelli)