Andrea Pagani

È noto lo spirito ironico, stravagante, canzonatorio, non di rado irriverente, di tanta letteratura irlandese. È risaputo che questa meravigliosa isola verde, simboleggiata dal trifoglio, si è distinta per un insuperabile moto di spirito, ora divertito e caustico, ora critico verso le istituzioni se non addirittura eterodosso e ribelle, ora linguisticamente acrobatico, da Sterne a Swift, da Yeats a Wilde, da George Bernard Shaw a Beckett, da Joyce a Brendan Behan.

Eppure lo stupore diventa irresistibile alle prese con le pagine di Flann O’Brien (1911-1966), uno dei massimi scrittori del Novecento in gaelico e in inglese, giornalista, polemista e funzionario governativo, che ci ha consegnato romanzi del tutto “irregolari”, fuori da ogni canone (speculari, del resto, alla sua avventurosa biografia, minata dall’incomprensione dei contemporanei, dalle sue pungenti satire contro le istituzioni e dal cronico alcolismo che lo fece vivere solitario e in povertà). Con ogni probabilità il vertice di questo gioco narrativo – che tuttavia non è solo un gioco ma nasconde un cuore di profondità e malinconia – si registra nel romanzo (o meglio anti-romanzo) del 1939, Una pinta d’inchiostro irlandese (Adelphi, 1993, traduzione di Juan Rodolfo Wilcock).

Le prime pagine ci immettono, da subito, in un intreccio labirintico, decisamente straniante, di fronte ad uno studente di letteratura disubbidiente. Egli ritiene ingiusto che una storia abbia una sola fine e un solo inizio e decide così di scrivere tre storie parallele, di sua invenzione ma ispirate alla letteratura e al folclore irlandesi, nelle quali sono protagonisti per l’appunto tre singolari figure: una specie di folletto, un personaggio creato da un cinico scrittore di western e un eroe delle leggende celtiche. Abbiamo così tre diversi incipit e, di seguito, tre trame narrative che s’intrecciano, si sfiorano, si richiamano in un inesauribile lavoro di fantasia e di interne corrispondenze, e in un impressionante gioco di rimandi, citazioni, parodie e dissertazioni letterarie.

Veniamo catapultati in una complicata costruzione, ma non impossibile da seguire, anzi seducente e travolgente se ci lasciamo trasportare dal flusso contagioso dell’umorismo, in una sorta di “romanzo dentro un romanzo dentro un romanzo”, dove una trama ne contiene un’altra e un’altra ancora. Eccoci ora trascinati nel mondo arcaico e selvaggio delle saghe, ora nella magia mistica delle fate irlandesi, ora in un fumoso pub dei bassifondi cittadini.

Non avrebbe senso, naturalmente, ripercorrere l’ordito tumultuoso di queste storie intrecciate, che vanno per l’appunto gustate nel loro flusso brioso e farsesco, un po’ come le trame infinte del Furioso di Ariosto, ma vale la pena, piuttosto, soffermarsi sull’esito ancora più stravagante che vivono i personaggi del romanzo: essi, infatti, esasperati e arrabbiati col loro capriccioso creatore, che li bistratta senza ritegno, prendono vita, si ribellano e si organizzano per mettere fine al capogiro della trama. Così il raffinato virtuosismo linguistico e l’invenzione esilarante di Flann O’Brien si colorano di un dolente humor nero, quando la carte dell’immaginazione sono sconvolte per l’ennesima volta di fronte alle domande, un po’ pirandelliane: che rapporto esiste fra l’illusione letteraria e la recita della vita? fino a che punto i personaggi di un libro sono il frutto dell’ideazione di un autore o non piuttosto anime inquiete alla ricerca della loro identità?

(Andrea Pagani)

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An irresistible black humor

When At Swim-Two-Birds by Flann O’Brien (translated into Italian by Rodolfo Wilcock with the title Una pinta d’inchiostro irlandese) was published in 1939, James Joyce wrote about the author “Here is a true writer, an authentic comic wit”.

Irish literature is well known for its ironic, extravagant, not rarely disrespectful wit. Everybody knows that this beautiful emerald island, symbolized by clover, has distinguished itself for an unparalleled wit, now amused and corrosive, now negative toward institutions if not heterodox and disobedient, now linguistically acrobatic, from Sterne to Swift, from Yeats to Wilde, from Shaw to Becket, from Joyce to Brendan Behan.

But amazement becomes irresistible when reading Flann O’Brian’s pages. One of the most important writers of the 20th century both in Gaelic and in English, O’Brian was a journalist, a polemicist and state official. He gave us completely “irregular” novels, out of any standard that mirror, after all, his adventurous biography which was weakened by his peers’ lack of understanding and appreciation, by his stinging satire against the institutions and by a chronic alcoholism that made him live alone and poor.

Probably the very summit of this narrative play, which is not just a play but it hides a deep and melancholic heart, can be seen in the novel (or anti-novel) At Swim-Two-Birds, published in 1939 and translated into Italian by Rodolfo Wilcock. The first pages take the reader straight into an intricate plot, definitely alienating, where a disobeying literature student thinks that it is unfair for a story to have just one ending and one beginning. He decides to write three parallel stories, fictional by inspired to Irish literature and folklore. Three peculiar people are the characters: a kind of leprechaun, a personage created by a cynical writer of western movie, and a hero of Celtic legends. So we have three different incipits, three interweaving plots that lightly touch each other in a limitless work of fantasy and internal correspondences, in an impressive play of links, quotes, parodies and literary dissertations.

We are thrown into a complex structure, even if not impossible to follow, actually seductive and passionate if we allow ourselves to be carried away by the contagious humor, in a “novel within a novel within a novel”, where a plot includes another one and another one. We are dragged into the ancient and wild world of the sagas, now in the mystic magic of Irish fairies, now in a smoky pub in the slums.

It would make no sense to retrace the tumultuous outline of these interweaving plots, which have to be tasted in their lively and funny flow, a little like the unending plots of Ariosto’s Orlando furioso. However, it is worthwhile to linger on the even more extravagant outcome the characters live: embittered and upset with their bizarre creator, they become alive and rebel and organize themselves in order to put an end to the dizziness of the plot.

A painful black humor paints Flann O’Brien’s refined linguistic virtuosity as well as his exhilarating idea. The cards of imagination are messed up for the umpteenth time when facing questions that sound like Pirandello’s ones: what is the relationship between literary illusion and how human beings act in real life? Are characters only the result of their author’s imaginative act or are they troubled souls looking for their identity?

(Traduzione di Maria Cristina Baldazzi)