Roma. La convocazione del Cda di domenica 21 novembre non depone per una soluzione che abbia al centro gli interessi del paese ma solo quelli della finanza.

Non ho voglia di scrivere molto sulla vicenda Tim. So, però, che in queste ore si giocherà un pezzo sostanziale del futuro del nostro paese e non posso, non riesco a non dire qualcosa. Un po’ come fu nel passaggio della privatizzazione di Telecom Italia più di un ventennio fa siamo di fronte ad un passaggio strutturale.

Allora la privatizzazione di un gioiello industriale e strategico fu giocata con l’illusione di poter “spogliare” dall’interno il valore dell’azienda e rendere quel gioiello industriale nella disponibilità di quello o quell’altro amico della politica e, forse, anche nel grande scambio del nostro ingresso nell’Euro. Tutti, negli anni, entrarono nel grande circo della privatizzazione e non solo la politica: dagli Agnelli che pensarono di controllare l’azienda con percentuali risibili (senza metterci soldi per l’acquisto…) fino ai nuovi imprenditori o i Tronchetti Provera per arrivare alle grandi svendite spagnole o francesi, fatte tutte su tavoli “politici” per grandi partite di scambio con partecipazioni di “grandi gruppo italiani” che provarono a salvare loro stessi a danno della principale infrastruttura di comunicazione del paese. I governi di centro-sinistra impostarono e realizzarono molte delle privatizzazioni e le forze di centro-destra li accusavano di non farle fino in fondo, di non lasciare tutto e definitivamente in mano al “mercato”. Ho già raccontato quegli anni in un libro, Il decennio digitale, per chi avesse voglia di conoscere come andarono le cose o rinfrescarsi la memoria di cosa dicevano e facevano le forze che oggi dicono di voler difendere gli interessi degli italiani… E’, come diceva Tabucchi, che “non è un privilegio avere una buona memoria nel nostro paese…”. Troppe verginità si ricostruiscono nel giro di una notte senza alcun pudore e senza pagare dazio… tanto c’è sempre chi paga…

Proprio mentre si stanno ipotizzando decine di miliardi per la “Transizione digitale” si rischia di svendere ad un fondo di investimento americano la dorsale comunicativa del paese. Oggi sappiamo, molto più di ieri e molto più consapevolmente, quanto sia importante per l’economia e il grado di sovranità imprenditoriale e democratica, controllare la rete di connessione, il sistema nervoso di un paese.

Abbiamo speso miliardi e forse giustamente, per tenere in vita la connessione fisica del nostro paese con il resto del mondo intervenendo più volte a evitare la fine di Alitalia. Oggi dovremmo dire che il governo italiano, agendo su Cassa Depositi e Prestiti, dovrebbe far sentire il proprio interesse a mantenere italiana la rete di telecomunicazione e, anzi, a rilanciarne il ruolo internazionale.

La Francia ha deciso di essere leader dell’auto elettrica e la Germania nella costruzione dei propulsori del futuro. L’Italia deve scegliere l’economia digitale come nuovo centro della sua rinascita. Per fare questo non può mettere la sua infrastruttura di base in mano agli interessi di un fondo finanziario il cui unico interesse è la redditività immediata (che si genera sempre spezzettando e riducendo i posizionamenti strategici) o, talvolta, anche il condizionamento a interessi che non sono nazionali.

Il silenzio della politica di fronte ad un esito drammatico della vicenda TIM la dice lunga dell’asservimento e della incapacità a svolgere il ruolo per cui dovrebbe essere chiamata.

Altro che proclami alla sovranità o bei discorsi sulla difesa delle condizioni del lavoro o della competitività delle aziende fatta sui temi della tassazione o delle regole dei tamponi!

Questo è un tema per minacciare l’uscita da una maggioranza se il governo non interviene rapidamente a difesa del futuro del nostro paese!

(Sergio Bellucci)