Imola. Erano in otto questa mattina a presentare alla stampa le proposte della commissione Pari opportunità del Comune di Imola (CPO). Alcune molto giovani. Punti concreti, organizzati in base alle tre “P” della Convenzione di Istanbul: Prevenzione, Protezione, Percorsi di autonomia. Riguardano diversi ambiti di azione. Frutto di un percorso di alcuni mesi svolto da un gruppo di lavoro appositamente formato dalla CPO.

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“Chiediamo all’Amministrazione comunale un impegno politico costante non saltuario per far fronte a emergenze – ha detto in apertura la coordinatrice Virna Gioiellieri -, chiediamo inoltre un report annuale sullo stato delle cose, sia per rilevare l’andamento sul territorio del fenomeno, che per rilevare l’impatto delle azioni promosse e l’adeguatezza di queste verso le risposte che servono in relazione allo stato sul territorio. Serve inoltre lo stanziamento di risorse aggiuntive a quelle previste dalla legge nazionale per il contrasto della violenza sulle donne, ipotizzato anche nel recentissimo piano regionale contro la violenza”.

Le proposte sono state individuate in continuità con i documenti di analisi elaborati dalle Commissioni precedenti. Sulla Prevenzione una particolare attenzione è riservata al mondo della scuola in riferimento alla normativa vigente.

“Fondamentale è implementare ed estendere la formazione del personale della scuola (dirigenti, docenti, educatori, personale ATA) con proposte specifiche sull’educazione alle differenze al fine di superare i ruoli e gli stereotipi di genere” dice Alessandra Davide della CPO e presidente di Trama di Terre. Sottolinea inoltre l’esigenza di sostenere la capacità operativa degli e delle insegnanti e la promozione di progetti presso il CISST per rivedere la didattica, la selezione dei libri di testo al fine di decostruire gli stereotipi di genere e di provenienza. “Importante è sensibilizzare alla parità di genere anche tramite di fondi per il Diritto allo studio e l’opinione pubblica con campagne specifiche.”

Davide ha poi illustrato le misure necessarie per la Protezione delle donne che decidono di intraprendere un percorso di uscita dalla violenza. “Servono case rifugio mono famigliari per restituire un contesto sereno alla relazione fra la madre e i/le figli/e. Un punto molto delicato perché la violenza ha effetti distruttivi sulle relazioni affettive. Si chiede inoltre – continua Davide – la possibilità di erogare un contributo da parte dei servizi territoriali adeguato alla conduzione di una vita dignitosa”.

“Diverse delle donne infatti che cercano di uscire dalla spirale violenta non dispongono di mezzi economici sufficienti per vivere in autonomia. Gli incontri coi padri devono essere organizzati dal Servizio sociale solo in presenza di un procedimento del Tribunale dei minori o in mancanza se il padre ha intrapreso un percorso di consapevolezza e di rieducazione rispetto alla violenza agita”. Altre proposte in materia di Protezione sono il potenziamento del Consultorio famigliare , la realizzazione effettiva del lavoro in rete fra i soggetti con competenze specifiche in materia, la semplificazione burocratica per le donne che intraprendono un percorso di protezione.

Sui Percorsi di autonomia le proposte riguardano il lavoro (coinvolgere le aziende del territorio per incentivare l’assunzione delle donne senza lavoro che hanno subito violenza prevedendo misure fiscali premianti di competenza comunale); il tema dell’abitazione (previsione di un punteggio dedicato alle donne che hanno subito violenza nelle graduatorie di edilizia pubblica, assunzione della posizione di garante da parte del Comune nei contratti di locazione privati, previsione di soluzioni abitative di co – housing per l’inserimento di più donne in uscita dalla violenza). Infine il tema del sostegno economico. “Un tema molto importante – sottolinea ancora Alessandra Davide – perché spesso le donne non denunciano per paura di cadere in povertà con i /le figli/e. Vanno pertanto sostenute, creando un fondo con risorse destinate a erogare un contributo per un periodo definito che le aiuti all’inizio del percorso di uscita”.

In questa direzione anche la proposta di riservare un punteggio nelle graduatorie per l’ingresso agli asili e alle scuole per l’infanzia. Infine il sostegno economico di corsi di alfabetizzazione delle donne straniere che subiscono violenza e non hanno una conoscenza sufficiente dell’italiano. Una proposta è rivolta anche alle Banche e alle Fondazioni affinchè destinino risorse a sostegno dei percorsi di autonomia delle donne.

“Queste proposte hanno anche una funzione di incentivazione alla denuncia delle azioni violente – aggiunge Federica Cicognani, della CPO, avvocata – perché intervengono sulla capacità del contesto territoriale di far fronte alle esigenze delle donne che vogliono uscire dalla violenza, rassicurandole sul fatto che possono ricevere aiuto dalla comunità”.

I dati territoriali da gennaio al 31 ottobre 2021

Nel territorio imolese a fine ottobre il Centro antiviolenza di Trama di Terre ha accolto 100 donne. 58 si sono rivolte al centro per la prima volta, 43 lo avevano già contattato in precedenza o stanno seguendo un percorso. Questo dimostra che i tempi della giustizia e quelli per il raggiungimento dell’autonomia sono molto lunghi. “Nel corso del tempo” interviene Davide, “i segni della violenza si fanno sentire. La relazione coi/lle figli/e è o rischia di essere compromessa, molte chiedono sostegno per loro che subiscono violenza psicologica diretta. Un eufemismo parlare di violenza assistita, espressione che edulcora la realtà”.

Il 62% sono italiane, il 48% sono straniere. Il 65% è del territorio imolese. Il 54% hanno un’età fra i 18 e i 39 anni e il 24% fra i 40 e i 49 anni. Sono le fasce d’età di maggiore esposizione e le donne oggi chiedono aiuto prima. Quanto alle forme di violenza subita occorre leggere i dati considerando che quasi sempre sono agite contestualmente. Nel 30% dei casi è psicologica, nel 21% fisica, nel 22% è stalking , in aumento e praticata per lo più da ex compagni (dato connesso con le restrizioni Covid) , nel 15% è economica, nel 5% sessuale, il 7% denuncia matrimoni forzati.

Ad oggi le donne ospiti nelle case rifugio sono 43 contro le 48 del 2020 provenienti dal territorio della Città Metropolitana in base all’accordo di questa coi Centri antiviolenza. Da gennaio a ottobre di quest’anno ne sono state inserite 13 con 16 bambini/e (dato compreso in quello complessivo su indicato).

Al centro antiviolenza di PerLeDonne i nuovi contatti sono stati 55 mentre 15 hanno già avviato un percorso. 46 le italiane, 9 le straniere. Il 42% ha fra i 18 e i 39 anni, il 31% fra i 40 e i 49. “Le forme di violenza – specifica Carla Govoni della CPO e dell’associazione PerLeDonne – sono psicologica nel 100% dei casi, fisica nel 78%, economica nel 31%, sessuale nel 29% e nel 27% dei casi si tratta di stalking”.

Di fronte a questi dati e al numero di femminicidi già consumati quest’anno (non ancora concluso) non servono panchine rosse, dicono le donne della CPO, ma una volontà politica in grado di assumere impegni concreti ed efficaci.