Presidente Mattarella. Papa Bergoglio. Quanto ci mancherete. Nelle loro poche parole il drammatico sunto della violenza del più forte sul più debole: nello specifico del maschio sulla donna. I due sostantivi non sono stati usati a caso: non c’è nulla dell’uomo nell’essere che uccide il più debole per il rifiuto e c’è tutto il valore della donna che ha trovato la morte dove credeva di trovare un senso per la propria vita.

Come sempre, il Presidente Mattarella ci illumina con la sua capacità di sintesi, utilizzando poche precise parole, parole che non lasciano adito a dubbi o incertezze: la sconfitta della nostra società. Nulla di più amaro e sconfortante poteva scaturire da parole di sintesi. Quando, ripetutamente, in una società il più forte fisicamente sopprime il più debole, l’errore nella costruzione della medesima ci appare in tutta la sua tragica realtà: se per esprimere le nostre ragioni ci troviamo ad usare violenza, bene, allora, tutto è da rifare, pover’uomo. Occorre svuotare il cassetto e iniziare un nuovo percorso cercando di comprendere gli errori pregressi con la ferma volontà di non ripeterli.

E come sempre accade, occorre iniziare dalla cultura, che ci regala la capacità di sintesi e di comprensione, il valore sempre sottovalutato della stima verso gli altri, il desiderio fermo di comprendere gli altri. Ricordo, allora ero agli sgoccioli della quinta istituto tecnico commerciale, una mattina di venerdì, nella penultima ora, il professor Palladini, uomo di altissimo livello e stupendo professore, era deciso a darci un’ultima lezione, ma non di italiano o di storia, una lezione di vita.
Girando tra i banchi, come da sua abitudine mentre parlava, ebbe a dire: “Eh si ragazzi, state per diventare ragionieri e ne siete giustamente orgogliosi, eppure il gran giorno verrà quando per essere assunti come netturbini occorrerà il diploma da ragioniere”.

Ricordo la lunga pausa che si concesse mentre mormorii di dubbio sorgevano tra le file dei banchi e sguardi smarriti e increduli si potevano scoprire sui nostri visi. Tutti. Ma come, cinque anni sui libri, sui compiti, sulle interrogazioni per non parlare dell’esame incipiente, il tutto per fare il netturbino! Il professore sorridendo si avvicinò alla cattedra e, come nei finali magistrali, il suono del campanello interruppe il tutto. Non ci era dato comprendere il corretto valore dell’affermazione e neppure del fatto che, per quanto oggetto di disprezzo, il lavoro del netturbino è prezioso, indispensabile e il passare degli anni avrebbe fatto luce sulla realtà delle cose.

Non ci era mai stata impartita una lezione più utile e più vera! Tutta la storia letta e riletta, tutte le poesie lette e commentate, tutta la storia della letteratura nelle sue tappe obbligate riassunte in poche parole: il valore imprescindibile della cultura per imparare, comprendere, apprezzare il valore insostituibile dell’altro. Il fatto che in questi giorni si parli particolarmente del valore “dell’altra” è unicamente un fatto contingente, ma ciò che veramente serve è una buona dose di cultura, di quella vera, quella cultura che solo la scuola può dare, con la sua vita in comune, maschietti e femminucce ugualmente impegnati nella corsa verso una vita vera, una vita di equilibrio e di giusti valori.

Per riuscire ad arginare il numero impressionante di donne, ragazze, mogli, compagne uccise da conviventi, mariti, fidanzati e compagni occorrerà, senza indugi e dubbi di sorta, mettere mano alla qualità della scuola e mettere la stessa in grado di funzionare come si deve. Solo la cultura potrà arginare il prevalere del più forte sul più debole (come sempre la donna) e sarà in grado di fornirci il corretto equilibrio per una vita in comune, una vita insieme, condivisa e riflessa le une nell’altro, l’uno nell’altra e quando l’equilibrio finirà per rompersi, la cultura ci insegni che il rispetto verso tutti gli altri, deboli compresi rappresenta la grande vittoria della forza, non quella dei muscoli o della folle rabbia, ma quella del raggiunto equilibrio nella consapevolezza del valore dell’altro o dell’altra che sia.

Le denunce, i centri antiviolenza, le limitazioni della libertà, l’intervento indispensabile della forza della legge devono diventare l’ultimo gradino nella scala dell’incomprensione reciproca, della rottura del valore unico della convivenza, della divisione e condivisione delle gioie, dei dolori, dei piaceri, dei sorrisi, delle lacrime.

Ogni volta che si ricorre alla violenza ci troviamo difronte ad una sconfitta e quando la violenza viene rivolta verso il più debole si deve aggiungere la meschinità, la povertà intellettuale, l’ignoranza, la miseria.

Hanno perfettamente ragione i due grandi Padri che non saranno facilmente sostituiti: la sconfitta della nostra società. L’uno vedrà un sostituto da una figura uscita dalla rissa degli interessi personali e politici, dalla triste gazzarra di senza voce in capitolo, da mestieranti che hanno smarrito il vero fine e l’altro, davvero un povero ricchissimo, vedrà il rigurgito della più bieca conservazione dimentica del grande insegnamento di un uomo che sapeva solo dire “lasciate che i poveri vengano a me” mentre “loro” sono coinvolti in biechi fatti di violenza al riparo delle mura impenetrabili e in interessi che nulla hanno a che vedere con l’insegnamento che cercano di impartire a noi.

Aiutiamoci e aiutateci a comprendere il valore dell’altro e dell’altra per uscire dalla sconfitta.

(Mauro Magnani)