In prossimità del Natale, per la rubrica letteraria “Lo scaffale della domenica”, a cura di Andrea Pagani, abbiamo pensato in questo mese di accompagnare il lettore con libri sul Natale: libri, cioè, che raccontano in modo originale, a volte tenero e festoso, altre volte stravagante e bizzarro, questa magica festività. E come sempre anche nella versione inglese! Buona lettura!

Andrea Pagani

Conviene dirlo subito: l’incanto della prosa di Dino Buzzati è irresistibile. Lo scrittore bellunese riesce a immergerci in un’atmosfera straniante con rapidi colpi di pennello, asciutti e precisi, con uno stile nitido che c’inganna, si traveste di dettaglio veristico, parte dalla descrizione lucida della realtà, per poi, all’improvviso, non si sa come, lasciarci intrappolati in una suggestione d’immagini misteriose e metafisiche. Catapultati in un altrove visionario.

È ciò che capita nella storia del Racconto di Natale, un testo emblematico dell’intera raccolta dei Sessanta racconti, dove Buzzati, pur mantenendo fede ad un coerente mood, riesce ogni volta a stupirci, se non addirittura a pietrificarci di meraviglia e smarrimento.

Il racconto prende le mosse dallo stravagante Natale di un sacerdote, don Valentino, «solo soletto nel mezzo di una cattedrale gelida e deserta», mentre tutta la città è indaffarata e felice nei preparativi per la festa: «il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina».

E lui? Il sacerdote? Come potrà vincere la malinconia?

Da questo breve spunto iniziale, ovvero da questo grappolo di domande, si articola il sofferto pellegrinaggio di don Valentino, il quale, dopo aver messo alla porta un barbone e dopo la scomparsa di ogni essenza di Dio dalla chiesa, si affanna in cerca «di un po’ di Dio da riportare in chiesa per l’arcivescovo».

La trama assume così connotati simbolici, del tutto sganciati da ogni principio di verosimiglianza, giacché è evidente che le domande e le azioni del protagonista rivestono un valore allegorico: ma cosa nascondono? a cosa allude il misterioso colpo di scena finale?

È abbastanza inutile cercare una risposta sicura a questi interrogativi, o addirittura ingabbiare la narrativa di Buzzati in una categoria di genere: si è parlato di surrealismo, di realismo magico, di fantastico. Tutte definizioni parzialmente pertinenti, ma che non fanno onore alla grandezza di queste opere, troppo a lungo ingiustamente relegate in Italia ad una semplice narrativa di intrattenimento, mentre sarà la critica francese negli anni Sessanta a valutarne la profondità. Quel che è certo è che le storie di Buzzati, nei Racconti così come nel Deserto dei Tartari (1940), prendono le mosse da una registrazione della realtà, per poi dirottarsi su un orizzonte onirico, vagamente allucinato, carico di mistero e di senso dell’inesplorato, dove la vicenda letteraria diventa una parabola della condizione umana.

Alcuni lo hanno associato a Kafka. Fu lo stesso Buzzati, piuttosto innervosito da questo confronto, a ribattere: «Non sono io ad imitare Kafka. È Kafka, come me, ad imitare la vita». Forse è proprio questo il segreto del fascino delle sue storie: tutte suscettibili di infinite interpretazioni, soggettive e legittime, ma alla fine riconducibili ai temi universali del destino, del caso, dell’inquietudine di fronte al mistero dell’esistenza, disegnato con un certo malinconico pessimismo.

(Andrea Pagani)

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A mysterious feast day

A “Christmas Tale” belongs to the collection “Sixty Tales” that was published, for the first time. In 1958 and was awarded The Strega Prize.

Let’s say it straight away: Buzzati’s style is irresistibly fascinating. With a few brush strokes, the author, who was from Belluno, manages to accompany the reader towards an alienating atmosphere. Buzzati’s style, crystal clear at first, and thus misleading, suddenly entraps us in mysterious and metaphysical images. This is what happens in A Christmas Tale, a symbol of the whole collection, where the author, even if he keeps faith to an emblematic mood, manages to amaze us: we are petrified in a sort of bewilderment.

The tale takes steps from Father Valentino’s extravagant Christmas. He is “all alone in a desert and freezing cathedral” while the rest of his fellow citizens are busy, and happy, getting ready for the celebration of the holy night: the little boy has got a miniature train and Pinocchio, his sister has a doll, their mother has got her children around her, the infirm has a new hope, the old bachelor is with his buddy, the inmate hears the voice of the one in the next cell”. How will Don Valentino defeat melancholy?

The tormented pilgrimage of Father Valentino starts from this question. After refusing to help a poor tramp, and after the vanishing of God’s essence from the cathedral, he desperately starts looking for “a little bit of God to be brought back to the church for the Archbishop”. The plot becomes symbolic since it is clear that the protagonist’s questions and actions have an allegorical value: what do they hide? What does the mysterious plot twist hint at?

It is useless to look for a sure answer to these questions. Buzzati’s style cannot be labelled: surrealism, magic realism, fantasy. All these definitions share a part of righteousness. They do no justice, however, to the greatness of these works that have been, for too a long time, considered entertainment. The French critics would appreciate them only in the 60s.

Buzzati was associated to Kafka. “ I am not imitating Kafka, replied he annoyed, it is Kafka who is, just like me, imitating life”. This is, maybe, the secret of his stories. They are susceptible to indefinite interpretations, subjective and legitimate, but all ascribable to universal themes such as destiny, chaos, human anxiety when facing the mystery of existence, represented with sorrowful pessimism.

(traduzione di Maria Cristina Baldazzi)