Imola. Non è stata una celebrazione vuota di significati quella dei 25 anni dalla chiusura dei manicomi in quella che era, ed in parte è ancora, definita “la città dei matti”. Nel consiglio comunale straordinario del 9 dicembre, il presidente dell’aula Roberto Visani ha sottolineato come “alla vigilia del 10 dicembre, giornata della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo parlare della salute mentale vuol dire parlare di diritti. La storia di Imola si intreccia con quella dei suoi manicomi e non potevamo lasciar cadere nel vuoto questa ricorrenza. Per non dimenticare ma anche per interpretare il presente e il futuro insieme. Il superamento dell’istituzione manicomiale è stata una grande esperienza di welfare di comunità, di cooperazione, di imparare a cooperare; cooperare è più di collaborare”. Subito dopo di lui, è stata la volta del vicepresidente Nicolas Vacchi, anch’egli ha ricordato una ricorrenza così importante.

Poi è stata la volta del sindaco Marco Panieri: “Ricordare e confrontarsi su un aspetto così significativo e caratterizzante della vita della nostra comunità vuol dire consolidare le radici della nostra città, per programmare il suo futuro, con all’interno il nuovo ruolo del complesso dell’Osservanza. Un luogo chiave, in vista anche delle risorse straordinarie messe in campo dall’Europa, come il PNRR. Un luogo a due passi dal centro storico e molto vicino all’autodromo. Una grande area: 140mila metri quadri, un polmone verde della città. Lo sviluppo futuro passa dai ‘saperi’, dalla formazione, dalla cultura e dall’Innovazione (Università, Accademia Pianistica, Auditorium oggi centro vaccinale e la presenza della Casa Comunità – Ca’ del Vento). Valter Galavotti, già assessore, negli ultimi anni si è fortemente impegnato nel campo della salute mentale, sia a Imola con l’associazione ‘E pas e temp’, sia a livello regionale con l’Unione Regionale Associazioni della Salute mentale e ha studiato con particolare attenzione la storia manicomiale italiana e imolese. Una storia che appartiene al dna della nostra comunità, ma che non sempre è conosciuta quanto meriterebbe, ed alla quale oggi è ancora necessario ispirarsi per rispondere alle nuove sfide della salute mentale. Nel dicembre del 1996, Imola giunse al capolinea di un’esperienza avviata nel 1988 col ‘progetto Valerio’. Si chiamava così l’ultimo paziente liberato dalle cinghie che lo immobilizzavano nel suo letto. Finalmente si completava un lungo e difficile processo di trasformazione che aveva visto la progressiva dimissione di tutti i ricoverati e il loro inserimento nelle nuove case-famiglia sorte sul territorio. Si chiudeva una fase, ma se ne apriva un’altra ancora più importante e difficile: la costruzione della ‘società senza manicomi’ sognata da Franco Basaglia.  Il malato di mente non era più una persona pericolosa per sé e per gli altri, da allontanare dalla società e rinchiudere in una specie di carcere ma diventava un malato come gli altri, un cittadino che soffre e ha diritto a essere curato “nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana. Imola è stata protagonista del cambiamento, tra le prime città in Italia a chiudere realmente i manicomi trasferendo gli ex-degenti in strutture alternative (case-famiglia, residenze protette, appartamenti) ed evitando l’ipocrisia e la vergogna delle false chiusure grazie all’impegno di tante persone che vogliamo ricordare e a cui vogliamo rendere omaggio: psichiatri, a cominciare dall’allora responsabile del DSM, Ernesto Venturini, infermieri, amministratori, familiari, utenti, associazioni, mondo della cooperazione, cittadini”. Dimenticata, un po’ da tutti, è stata l’opera assai preziosa svolta allora da un ottimo psichiatra quale Giorgio Antonucci.

Per il direttore dell’Ausl Andrea Rossi “la memoria è uno strumento prezioso e utile, ma anche fragile, quindi il modo migliore per tenerla viva è tramandarla a nuove generazioni. Quello di 25 anni fa fu momento di svolta, la chiusura dei manicomi, Nel 1844, nacque il primo asilo psichiatrico, quindi a fine 1800 Lolli progettò una nuova struttura (che in seguito prese il suo nome, ndr) che poteva ospitare fino a 800 malati. Poi arrivarono tante richieste di internamento da tutta la regione, di conseguenza si diede vita a un secondo manicomio dell’Osservanza che poteva ospitare fino a 1200 pazienti. Per oltre un secolo, si alternano le diverse cure, attività lavoratorive e ricreative con veri e propri teatri, per fortuna la lobotomia fu poco praticata perché la considero un orrore secondo solo ai lager nazisti, si fecero molti elettrochoch, poi si prese il vento nuovo portato da Franco Basaglia e si arrivò alla chiusura. Nel 2000, avvenne l’omicidio dell’operatore Ateo Cardelli, ucciso da un ospite delle case-famiglia e tornarono a levarsi i fantasmi del passato. Un evento importante fu il Piano attuativo sulla salute mentale ricompreso all’interno della comunità che portò al bando delle segregazioni. Nel futuro, l’ex manicomio Lolli potrebbe essere trasformato in una casa della Comunità, un nuovo modo di fare assistenza con risorse del PNRR”.

L’on. Raffaello De Brasi, sindaco ai tempi della chiusura dei manicomi, spiega: “La fotografia dopo 25 anni, è che a Ca’ del Vento ci sono ancora due ospiti di allora e ne sono arrivati di nuovi trasferiti ora a Borgo Tossignano per lavori strutturali, ma ho parlato con Panieri che mi ha detto che torneranno a Ca’ del Vento. Cosa resterà della memoria, dopo 25 anni fra oblio e ricordo, cosa pensiamo di fare? A suo tempo, pensammo a un museo della memoria, a un festival filosofia e delle neuroscienze, Valter Galavotti ci sta lavorando e ciò è una sicurezza. Pensando all’oggi, nella pandemia la nostalgia ha ripreso vigore. E’ bene rivolgere grande attenzione all’adolescenza e ai suoi bisogni, la qualità dei nostri servizi è molto alta tuttavia dobbiamo chiederci se sono in grado di affrontare i crescenti disagi mentali nati in questa dannata pandemia dove tutti abbiamo vissuto isolamento e ansia, le conseguenze negative della dad a scuola. Quindi parlare di salute mentale oggi è di grande attualità”.

(m.m.)